La sinistra non (con)vince. Per forza!

Avevo iniziato la stesura di questo post pochi giorni dopo le elezioni, ma poi una serie di inciampi personali mi hanno “steso” (letteralmente) e quindi, con grande ritardo, lo pubblico ora.

Tanto, è sempre valido. Purtroppo. Eccolo:

Esternazioni e riflessioni puramente personali.

A scrutini terminati e risultati depositati posso fare qualche considerazione sulla “sinistra” che si è presentata a questa tornata elettorale (sinistra tra virgolette perché, sia per il periodo di campagna elettorale che per il post, preferisco pensare che la sinistra sia altra…)

Tutto è partito dal fallimento del Brancaccio – fortemente voluto da qualcuno, ma non si sa chi, o non si vuole sapere, o non si può dire… a scelta – e dalla sconfortante consapevolezza improvvisa che si rischiava di essere fuori dal Parlamento!

Non importa se qualcuno aveva iniziato un percorso alternativo di ricerca di unità, non in funzione prettamente elettorale ma per dare voce, nuovamente, a tutte quelle persone di sinistra che non si sentono più rappresentate: le parole sono un conto, gli interessi poi prevalgono su tutto. E così inizia quel percorso fatto di salti, buchi e “volemose bene” che ha generato da un lato Liberi ed Uguali e dall’altro Potere al Popolo.

In entrambe queste formazioni c’era qualcosa che non mi convinceva sin da subito – non solo i nomi che ci stavano dietro, non solo il passato discutibile di certi personaggi, ma proprio in termini di programmi: non posso ad esempio condividere la scelta europeista di LeU (modificare i trattati non è così semplice) o la volontà di cancellare il 41bis di PaP: la tortura, fisica o psicologica, non rientra in quanto si possa umanamente considerare una rieducazione in senso beccariota, ma nemmeno mettere certi delinquenti in condizione di continuare ad operare, lasciando loro libero accesso alle fonti di informazione (nei due sensi) è troppo furbo. Mi pare.

C’è anche un altro punto, per me importante: ai programmi credo poco. Cioè, li leggo, ma poi ci faccio la tara e non è su di loro che si basa la mia decisione di votare per uno o per l’altro. Normalmente, infatti, voto per chi ha un programma che mi piace abbastanza ma soprattutto voto dove ci sono persone che conosco e di cui mi fido.

Questa tornata dunque avevo poco da scegliere, volendo votare. O LeU o PaP. In entrambe le liste c’erano nomi che apprezzo.  Intanto però iniziava la campagna elettorale, che ho seguito solo su FB (ma mi è bastata, anzi mi è pure avanzata!).

Litigi ed insulti, si può riassumere così. Le peggio cose. Capacità di confronto, di argomentazione, di analisi: zero. Solo tifo da stadio ed intransigenza bieca quanto totale.

Che fare? O non mi restava che piangere, o mi tappavo un’ennesima volta il naso e votavo il meno peggio, oppure avviavo approfondimenti personali.

Ho scelto la terza strada su una questione che interessa un numero limitato di persone, spero, ma comunque per me era-è importante: mi sono messa ad indagare sulle posizioni di LeU e PaP a proposito della cannabis terapeutica.

Cominciamo da LeU: ho chiesto a due persone (uno, amico e compagno di cammino della mia gioventù. L’altro, un semplice contatto) ed entrambi, non essendo particolarmente ferrati in materia, mi hanno assicurato interessamento e ricerche. Qualcosa è arrivato, dopo, ma devo anche dire che, dopo, altre questioni da risolvere si sono presentate e anche io son stata distratta. Diciamo quindi che il discorso si può tranquillamente riprendere e verificare eventuali concordanze – che non dubito ci saranno, dato che mi è stato risposto che “…LeU è assolutamente favorevole alla cannabis ed a considerarla come qualsiasi altro presidio medico su SSN, però sul problema approvvigionamento anche loro erano piuttosto laconici; in ogni caso è stato un buon incontro con un approfondimento sulla cronicità e su tutte le MENZOGNE contenute nel comunicato della regione…” (credo di non violare la privacy dello scrivente, visto che non ne parlo male… anzi).

Diverso il discorso per PaP: le persone interpellate, quelle che conosco personalmente, si sono dimostrate disponibili ed aperte, hanno coinvolto persino altri candidati (alcuni dei quali hanno dato risposte laconiche quanto inutili tipo “legga il programma” – in cui nulla c’è scritto in specifico, ma tant’è) e si sono dichiarate pronte ad impegnarsi in prima persona sul tema, anche se non proprio di loro stretta competenza/conoscenza.

A qualcuno ho mandato questa lettera: “…voi mettete al primo posto la dignità della persona, e quindi il lavoro. Il diritto al lavoro. Ebbene no: prima del lavoro una persona per avere dignità deve avere la salute, perché da malato e sofferente, non c’è lavoro che tenga. E lo so che la sanità è un capitolo a parte e che avete assunto determinate posizioni (che mi stanno bene, sia chiaro), ma non ho letto alcunché a proposito di cure “alternative”, o meglio che prevedano qualcosa che esula in senso stretto dalla medicina di sintesi. Da quando le nostre strade si sono “separate” oltre ad invecchiare io mi sono imbattuta in un “inciampo” che, anziché alleggerirmi la vita, me l’ha considerevolmente peggiorata (lasciamo perdere per un momento le responsabilità, di cui parlerò dopo). Al punto da costringermi a consulti estenuanti, terapie mirate rivelatesi inefficaci, impasticcamenti forzosi quanto inutili (anzi, pure dannosi) e… dolore, tanto dolore. Non essendo io votata al martirio o particolarmente incline al masochismo, ci puoi scommettere che ho cercato di tutto… e forse, FORSE, finalmente qualcosa ho trovato: perché nel frattempo hanno “inventato” la terapia del dolore, ed oltre a prescrivere medicinali vari, ci sono medici che curano con la cannabis. Che qualcosa fa, se anche in Italia è divenuta legale e viene regolarmente prescritta dal SSN, seppure per pochissime patologie! Infatti, fa. Farebbe. Perché, trascurando il fatto che moltissimi medici non la prescrivono (e quindi bisogna andare in strutture e da professionisti privati) e che comunque se non rientri nella casistica messa a punto dal ministero puoi procurartela ma la paghi (e non è esattamente economica), c’è il piccolo particolare che, fino ad ora, solo lo stabilimento militare di Firenze era autorizzato a produrla in Italia – poi ne arriva una certa quota dall’Olanda, ma non è che puoi chiederne un quantitativo a gennaio e poi aumentare l’ordine quando (bontà tua) ti accorgi che stai esaurendo la scorta o, peggio, quando la scorta è bell’e finita. Non puoi per il semplice fatto che non siamo al mercato nero e la cannabis prodotta per scopo curativo è il quantitativo stabilito per l’anno, quindi se te ne serve altra… se ti va bene te la mettono in produzione, altrimenti… aspetti l’anno a venire. Così è successo: a novembre non c’era più cannabis perché qualcuno ha sottostimato il quantitativo necessario e comunque Firenze non era in grado di soddisfare la richiesta – nemmeno quella originariamente prevista. Cosa pensi che sia successo? Mea culpa e corsa ai ripari? Ma no, logicamente. Perché la cannabis non è un farmaco salvavita… quindi si può tranquillamente aspettare di fare l’ordine successivo, secondo i nostri grandi capi. Però… però ci sono persone con patologie altamente invalidanti, persone cui la sospensione di questa terapia (RICONOSCIUTA!!!) crea danni gravissimi… non ti sto ad elencare le patologie, ti dico solo che esistono comitati di pazienti e medici che stanno dandosi da fare, la stessa Medicina Democratica se ne sta occupando. E poi ci sono gli altri, quelli come me. Quelli cui un “destino avverso” ha creato tante difficoltà, culminate con dolori costanti che nemmeno più un mix di anti-infiammatori, antipiretici ed antidolorifici tiene a bada. Abbiamo scelto la cannabis (o anche: non avevamo più alternative praticabili) e ne traiamo giovamento. Ce la paghiamo… e non la troviamo perché “non ce n’è”. Così non possiamo nemmeno pensare di lavorare, perché, molto semplicemente, non ce la facciamo (e lasciamo perdere i discorsi economici globali, che nemmeno son rilevanti, in questo specifico contesto). Poi, quando arriva un esiguo quantitativo che nemmeno basta a tappare i buchi, ti senti dire che altri ti passano avanti perché la tua ricetta è scaduta (dura un mese). Ma la responsabilità di chi è? Sono io paziente che me la son tenuta in tasca più di un mese, o sei tu stato che a parole mi garantisci un diritto che poi mi neghi nei fatti? Allora quello che vorrei sapere da te è cosa intendete fare per noi, sofferenti cronici più o meno riconosciuti ed esenti, perché il diritto a poter usufruire della cura prescelta (con prescrizione medica!) non è un diritto solo civile: è un diritto SOCIALE fondamentale, come il lavoro, prima ancora del lavoro. E ti chiedo anche qualche rassicurazione sull’impegno che andrete a mettere per quel che riguarda il concetto di “responsabilità” – tutto da reimpostare. Non entro in dettagli, ma vorrei tanto sentirmi dire che, ad esempio, chi ha mal calcolato i quantitativi di cannabis necessaria ne risponde, chi ne ostacola l’uso paga, chi sbaglia terapia o intervento non si può trincerare dietro il “consenso informato” (potrei aprire un altro capitolo). E più in generale, chi stila il contratto per la costruzione del ponte sullo stretto o sul parcheggio di nove piani in città alta a Bergamo e chi lo firma senza leggerlo sia perseguibile e paghi le varie multe e penali di tasca propria. Sono a disposizione, eventualmente, per qualsiasi chiarimento e mi scuso per la lunghezza dello scritto… ma non è troppo facile condensare il dolore in qualche parola. Dolore che non si augura ad alcuno di poter provare… Credimi sulla parola. Un abbraccio, e in bocca al lupo… volevo solo aggiungere che, perlomeno fino ad oggi, tra i malati in attesa di cannabis non è ancora scoppiata una “guerra tra poveri”. Perché la sofferenza la conosciamo tutti e non riusciamo ad essere egoisti, credo. Però anche la nostra sopportazione ha dei limiti… ciao”

La risposta non si è fatta attendere, nientemeno che da Potere al Popolo nazionale:

… che è come dire “condiamola via con due righe, questa scocciatrice, che abbiamo altro di cui occuparci”, perché dai: la legalizzazione della cannabis (da diporto) non ha molto a che fare con l’uso terapeutico della stessa, e poi che ho ragione lo so anche io.

Morale: certo non pretendevo che un qualsiasi interlocutore, se non medico e magari specialista del settore, mi desse risposte esaustive – d’altra parte tra gli stessi medici ce n’è davvero pochi che hanno un approccio olistico nei confronti del paziente che sta loro davanti. Non volevo neppure risposte chissà come specifiche e circostanziatee non mi fido dei tuttologi.

Ma è poi così assurdo pretendere che chi dice che rappresenterà e porterà avanti i tuoi interessi quantomeno ti ascolti?

immagine tratta dal sito mondi nascosti

 

 

Annunci

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria. Anzi di antico…

Ma davvero vi aspettavate qualcosa di diverso? Davvero desta il vostro stupore il risultato trionfale dei pentastellati al sud? Credevate che gli elettori meridionali sarebbero caduti nelle braccia ipocrite di un Salvini che – prima dell’avvento dei migranti – li additava come causa unica di tutti i mali italiani? O pensavate che si facessero abbindolare da contratti pro-forma, o che si affidassero a chi, da anni, predica una cosa e ne fa poi un’altra? Lo dice bene Pino Aprile in questo articolo che vi invito a leggere con attenzione. Il sud ha votato 5Stelle per protesta, perché stanco di essere sfruttato e sbeffeggiato, perché tutti i governi che si son succeduti hanno fatto promesse che hanno ferocemente disatteso. Destra come “sinistra” (si fa per dire, perché chiamare sinistra un gruppo di partiti e personaggi che hanno messo in pratica tutto quello che non è riuscito al centrodestra, be’, a me fa venire l’orticaria).

Hanno votato per dire che non ne possono più di infrastrutture mancanti, di sanità allo sbando, di inefficienza, ingiustizia, menefreghismo ed interessi personali in atti pubblici. Come ve lo devono dire ancora??? E’ da quando qualcuno – che i libri di storia chiamano “grande diplomatico”, ma si potrebbe pure definire il precursore, l’apripista dell’opportunismo più sfrenato – è riuscito in qualche modo a raffazzonare un insieme di Stati con diverso sviluppo, diverse storie ed aspirazioni, diverse sensibilità e linguaggi in un guazzabuglio chiamato Italia, è da allora che il Meridione viene sfruttato, umiliato, deriso. Lo scriveva Gramsci nel 1916: “Il Mezzogiorno non ha bisogno di leggi speciali e di trattamenti speciali. Ha bisogno di una politica generale, estera ed interna, che sia ispirata al rispetto dei bisogni generali del paese, e non di particolari tendenze politiche o regionali”. Eppure, a tutt’oggi le politiche per il mezzogiorno son sempre state di tipo assistenzialistico/clientelare.

Invece, oggi ci si straccia le vesti perché i 5stelle hanno convinto e vinto.

Tipico del modo di fare politica imperante oggi: se i meridionali hanno votato 5stelle è perché la mafia ha dato questo ordine (cervellotico ed andreottiano: la mafia ha dato ordine di eleggere Piera Aiello, testimone di giustizia con vita personale distrutta… per depistare, e come no). E se i meridionali hanno obbedito alla mafia è perché sono lavativi e sono stati allettati dal reddito di cittadinanza.

Mi pare una visione abbastanza miope –  sono in buona compagnia, direi: il professor Federico Pirro e l’articolista economico-finanziario Giuseppe Timpone forniscono un quadro diverso – e secondo me più attendibile. Voto di protesta o voto di sfiducia: che volevate? Pure voi di sinistra: LeU che candida Epifani – campano vissuto a Roma, che ci fa in Sicilia? E poi volete che vi credano e vi votino?

D’altra parte, perché avrebbero dovuto votare Potere al Popolo, che sì, nelle lotte c’è e c’era, ma obiettivamente è un (grande) sconosciuto, mediaticamente parlando, e anche nella pratica così poco è riuscito a fare… logica vuole che, se sei sfiduciato o incupito oltre ogni limite, voti per chi finora non si è sporcato troppo, mette in programma qualcosa di comprensibile e si spera che sia diverso. Vedremo.

A me quello che stupisce è che i pentastellati non abbiano spopolato anche nell’Umbria del terremoto…

Non è che sia particolarmente soddisfatta da questi risultati, ma non ne sono stupita. Il lavoro da fare è tanto ed i nemici pure. Vediamo se qualcosa cambia… o se la lezione gattopardesca ci travolgerà anche questa volta.

 

Insieme a te non ci sto più. O quasi.

Facebook: anche questa volta è terminato il periodo di oscuramento che mi hai inflitto. Solo che nel frattempo la mia insofferenza nei confronti dei tuoi metodi arroganti ha oltrepassato il livello di guardia.

Certo, sei arrogante: ti arroghi il diritto di decidere chi e cosa va censurato. Legittimo, sei a casa tua. E nonostante il mio essere anarchica, non è che non accetti per principio la tua “autorità”: è che non sopporto l’ipocrisia e l’ingiustizia.

Vuoi fare la maestrina – senza penna rossa – e sbacchettare sulle mani chi non si adegua alle tue regole? Fa’ pure, è un tuo diritto. Ma è un mio diritto rifiutare un trattamento del genere. Non perché tra l’altro non sopporto il paternalismo con cui mi dici che non andrai ad informare qualcuno che ho rifiutato la sua richiesta di amicizia (sai quanto me ne cala!), ma perché ti trinceri dietro ad una falsa democrazia e fai la voce grossa solo da una parte.

Esempi? Quanti ne vuoi. Hai censurato l’immagine di una mamma che allattava perché era una scena di sesso esplicito (si vedeva il capezzolo!!!) e mi è toccato postarti quadri di Madonne con il Bambino – altrettanto a seno nudo e con capezzolo in vista.

Stai continuando a censurare – l’ultimo blocco che mi hai imposto era proprio perché l’ho pubblicata – una bellissima poesia di Andrea Ivaz Melis, solo perché contiene la parola “negri” che mal si accorda con i tuoi standards (no razzismo): potrei essere d’accordo, non fosse che non è la prima volta che cerco di spiegarti che in quella poesia non c’è proprio niente di razzista, anzi. Solo che tu non ascolti, viaggi con i tuoi algoritmi che mi chiedono anche se ho qualcosa da dire a mia giustificazione ma probabilmente poi non sanno leggere e mi rispondono che sono contenti che abbia capito ed accettato il blocco.  A parte alcuni casi di personaggi decisamente più famosi di me (vedi Gennaro Carotenuto, bloccato per 72 ore, con cui hai avuto quantomeno la decenza di scusarti), gli altri debbono sottostare alle tue decisioni e vedere che, quando si azzardano a segnalare saluti romani o violenze su animali, la tua serafica risposta è che “il sito (o il post) non viola i nostri standards”. Evidentemente abbiamo un concetto diverso di libertà e non condividiamo gli stessi valori, ragion per cui, siccome io di postare solo gattini non ho voglia… me ne torno nel mio eremo, almeno per la maggior parte della mia permanenza in rete.

Mi dispiace, certo, perché probabilmente perderò di vista alcune persone. Ma che ti credi, con la maggior parte ho rapporti che esulano dalla tua “magnanima disponibilità”, quindi… continua ad essere fazioso come ti pare ma non contare su di me.

Te lo dicevo anche qualche tempo fa: se io me ne vado puoi anche fare l’indifferente, ma mi risulta che non sia l’unica insoddisfatta (seppure per svariati motivi): ne parla pure Altroconsuno, nr. 323, marzo 2018).

E siccome me ne torno al mio blog, ecco la poesia di Andrea Melis:

Ma dimmi tu questi negri

Ma dimmi tu questi negri
che vengono a prendersi per disperazione
ciò che noi ci prendemmo con la violenza,
la spada e la croce santa,
lasciandoci dietro solo disperazione

Ma dimmi tu questi negri
che hanno cellulari e guardano le nostre donne,
mentre noi da sempre
ci fottiamo le loro
un tanto a botta nelle strade nere delle periferie,
e prendiamo il silicio dalle cave delle loro terre,
e come osano poi questi negri
avere desideri proprio uguali ai nostri
manco fossero umani

Ma dimmi tu questi negri che attraversano il mare
come se fosse messo lì per viaggiare
e non per tenerli lontani,
per galleggiare e non per affondare,
per andare e non per tornare

Ma dimmi tu questi negri
ex schiavi dei bianchi
che vengono qui a rubarci il pane
proprio ora che gli schiavi siamo noi
Messi in ginocchio e catene
da politici e finanzieri bianchi
con colletti bianchi
e canini e incisivi sorridenti
e perfettamente bianchi,
che in meno di trent’anni
ci hanno fatto schiavi

Ma dimmi tu questi negri
che hanno scoperto ora che la terra è una,
è rotonda,
e che a seguire la rotta della loro fame
Si arriva dritti dritti alla nostra opulenza

Ma dimmi tu questi negri
che facessero come i nostri nonni:
cioè tornare nella giungla e sui rami alti
visto che sono loro i nostri progenitori
e che l’umanità è tutta africana
Ma dimmi tu questi negri che non rispettano i confini della nostra ignoranza e i muri della nostra paura

Ma dimmi tu questi negri che persino si comprano le sigarette
dopo che noi ci siamo fumati le loro foreste,
le loro miniere,
il loro passato,
il loro presente
ma abbiamo commesso l’imperdonabile errore di lasciargli una vita
e un futuro
a cui dimmi tu, questi negri,
non rinunciano mica

Ma dimmi tu questi negri
che si portano il loro Dio da casa
anziché temere il nostro,
e sanno ninna nanne e leggende e favole più antiche delle nostre e parlano male la nostra lingua
Ma benissimo le loro che però noi non capiamo.

Ma dimmi tu questi negri a cui non vogliamo stringere la mano
né far mettere piede in casa,
sebbene a ben guardare
abbiano i palmi delle mani e dei piedi perfettamente bianchi
Proprio come i nostri.

PS per tutti i miei contatti: d’ora in avanti apparirò solo salutariamente. Se volete mantenervi in stretto contatto, mandatemi un messaggio privato per il numero di cellulare o l’indirizzo e-mail. oppure venite a trovarmi nel blog: risolleviamoci

Aggiornamento del 3 marzo: Andrea ha giustamente deciso di provare a mettere Facebook di fronte alle firme che riuscirà a raccogliere con un’apposita petizione che vi invito a firmare e condividere. Chissà mai che capiscano… grazie.

 

Ciao, mi chiamo Italia

Mi è arrivato questo messaggio. Mi è piaciuto, dunque ve lo giro. Pensateci e, semmai, condividete. Mi dispiace non sapere chi è l’autore primo perché lo ringrazierei volentieri.

“Ciao, mi chiamo Italia, sono un piccolo Paese nel Mediterraneo, considerato da molti, uno dei Paesi più belli del pianeta.
Per molto tempo sono stato il punto di riferimento della storia, della civiltà, della moda, del design, del lusso, del cibo, della bella vita e chissà quante altre cose di cui, lentamente, mi sono dimenticato.
Posso farvi una domanda? Da Paese a cittadini, in totale confidenza, siate sinceri però, almeno con voi stessi. “Ma non siete stanchi? Non siete stufi?”.
Quante parole buttate al vento, quante promesse mai mantenute, quanto fiato sprecato e quanta frustrazione.
Io sono vecchio, quello che dovevo dimostrare l’ho dimostrato.
Vi ho fornito i mari più belli, le montagne, le Alpi più invidiate, vi ho dato un terreno fertile, da cui sono nati grandi vini, fonti di acque vendute in tutto il pianeta, verdure e frutta che avete esportato in ogni dove, senza calcolare i paesaggi e gli scorci che pochi altri Paesi nel mondo possono vantare.
Ma non siete stanchi? Non siete stufi?
E come se non bastasse, ho ospitato per svariati millenni, monumenti, artisti, poeti e filosofi che, ancora oggi, vengono citati nei libri di storia in tutte le lingue del pianeta.
Insomma … credo che come Paese, vi ho dato tanto, forse, anche troppo.
Già … mi sa che vi ho viziato, perché ultimamente non mi sento molto amato.
Come cazzo avete fatto a portarmi fino a questo punto?
Siamo passati dell’impero romano a Renzi, da Michelangelo a Favij, da Pirandello a Vendola, ma fosse solo questo il problema … vi siete fatti intortare così bene da un gruppo di vecchietti millantatori che, ormai, non avete neanche più il potere di decidere chi vi rappresenta.
Fanno tutto loro, senza chiedervi nemmeno il permesso.
Siete diventati schiavi dei vostri stessi dipendenti.
Loro rubano e va tutto bene, tu sopravvivi e loro ti puniscono, perché, ormai, se osi cercare una vita dignitosa, se solo credi di meritarti un lavoro, una casa o, addirittura, una macchina nuova, loro ti chiedono di giustificare tutto, altrimenti te la portano via e tu non puoi farci un beato cazzo.
Scusami se uso parole forti, ma è il Tuo Paese che ti parla ed esigo più rispetto per me, ma soprattutto, per Te.
Si, perché, sei Tu il mio vero padrone, non questi cialtroni da quattro lire.
Non dirmi che ti fanno paura? Quattro vecchi, gran parte ignoranti, ti fanno paura?
Ricordati che Io mi chiamo Italia e Tu sei Italiano.
Questa terra l’ha creata Tuo nonno, magari perdendo la vita.
Io sono di Tua proprietà e hai tutto il diritto di riprenderne il possesso.
Te lo chiedo con la mano sul cuore.
Aiutami a splendere di nuovo, non lasciare che questa gentaglia mi riduca ad un piccolo Paese svenduto agli stranieri, maltrattato da chiunque lo venga a visitare, denigrato e schifato da tutti, per colpa di pagliacci che non ci rappresentano.
Riprendi il controllo, riprendi a vivere, riprenditi il Tuo Paese … il Tuo Paese.
Firmato L’Italia.”

da “I pensieri di Protagora”, ancora una volta condivido Luca Billi.

Copio tutto l’articolo, questa volta:

Cantieresost. m.

A tutt’oggi non sappiamo neppure se voteremo, figurarsi quindi se possiamo immaginare con quale legge. In queste condizioni è quantomeno azzardato fare dichiarazioni di voto, ma, comunque vada, io voterò affinché ci sia nel prossimo parlamento una rappresentanza di sinistra. Mi auguro di non essere costretto a votare una “cosa” in cui ci sia dentro anche Pisapia, spero di non votare per Bersani-D’Alema, ma voterò comunque, perché difficilmente ci sarà proprio quello chi io vorrei votare. Al punto in cui siamo, pongo un’unica condizione: mai con il pd, con tutto il pd. E’ una condizione vincolante e quindi farò molta, molta attenzione prima di votare: se avrò anche solo il sospetto che il mio voto servirà a sostenere in qualche modo il pd o un governo con il pd, non voterò, disperderò il voto, annullerò la scheda piuttosto, ma non voterò per una sinistra complice.
Fatta questa doverosa premessa devo anche dirvi, con l’usuale franchezza, che non firmerò manifesti, non aderirò a comitati, non mi iscriverò a partiti nati o nascenti, non parteciperò a cantieri. Capisco che così faccio la figura del vecchio, che, mani dietro la schiena, osserva i lavori, scuotendo la testa in segno di sconforto e disapprovazione.
Confesso che pesa su questa decisione il mio cattivo carattere, Più passa il tempo più mi pesano le interazioni umane. E la politica ne ha invece assoluto bisogno. Lo so, l’ho fatta per anni e ricordo quanto sia importante il legame tra le persone. Anzi siamo a questo punto anche perché questo legame si è spezzato.
C’è poi un’altra considerazione che è più di carattere politico, anche se parte dalla mia esperienza personale. Proprio perché ho fatto politica per molti anni, sento pesare su di me una responsabilità. Siamo in tanti a portare questo peso, ma vedo che per molti questo non sembra essere un problema: continuano tranquillamente a fare politica, spesso dicendo le stesse cose che dicevamo vent’anni fa e che ci hanno portato al punto in cui siamo. Mi fa piacere che D’Alema – per dirne uno – abbia riscoperto il gusto della politica – sono fin contento per lui – ma lui, come me, vent’anni fa, pensava che Blair – schematizzo, ma mi avete capito – fosse la soluzione. Adesso, se vogliamo dire che è Corbyn il modello da seguire, dobbiamo anche riconoscere che sbagliavamo. E il fatto di aver commesso allora un errore così grave dovrebbe farci riflettere e soprattutto farci desistere da dare adesso lezioni.
C’è infine un ultimo tema che mi impedisce di riprendere qualcosa che ho interrotto anni fa, ossia il fatto che in questo paese sembra ormai impossibile definirsi radicalmente comunista. Leggevo l’altro giorno uno di questi sondaggi dei giornali italiani, in cui si chiedeva ai lettori di indicare un leader della sinistra prossima ventura. So che è poco di più di un gioco di società, ma l’esito mi ha lasciato comunque interdetto. In tanti, la maggioranza purtroppo, hanno indicato Roberto Saviano. Non ho nulla contro di lui come persona – mi sta antipatico, come mi stanno antipatici tanti – credo che il suo lavoro sia fondamentale per la crescita civile di questo paese, ma il fatto di aver denunciato il malaffare della camorra, a rischio della propria vita, non ti fa diventare un leader socialista.
Commentando le elezioni del Regno Unito tanti amici hanno scritto deplorando il fatto che non c’è un Corbyn italiano. Vero, non c’è, ma un leader così non si costruisce in laboratorio, come faceva il dottor Frankenstein con la sua creatura. Manca il Corbyn italiano, ma non è questo il problema, il dramma è che manca un partito, manca un sindacato, manca una cultura politica, manca una comunità che riconosca al proprio interno l’uomo – o la donna – che possa guidarla.
Sbaglierò, ma mi sembra che tutti questi cantieri partano con il piede sbagliato. Anzi siamo noi che li facciamo subito deragliare, perché ormai non riusciamo più a prescindere da una persona, da un leader. Sono certo ad esempio che Anna Falcone e Tomaso Montanari sono animati dalle migliori intenzioni, ma siamo noi che, letto il loro appello – condivisibile, per quanto generico, nella sua buona volontà – li abbiamo subito trasformati in leader. E’ come se non ne potessimo fare a meno.
Francamente trovo pericolosa questa spasmodica ricerca di un leader, a prescindere da ogni altra considerazione. E’ un fenomeno che mi preoccupa molto, che mi sembra il segno di una nuova forma di fascismo o comunque di un imbarbarimento della politica. Ne ho paura e non mi ci trovo più in questo mondo. E l’unica cosa che riesco a fare è scriverlo, scuotendo la testa.” Grazie Luca.

E fin qui lui. Ovvio che condivido il suo pensiero, l’ho detto e scritto ormai un numero stratosferico di volte: che ce ne facciamo di un leader se non abbiamo manco lo straccio di un programma, un progettino, un qualcosa sulla cui realizzazione siamo d’accordo? Che ce ne facciamo poi di tutta una serie di riciclati più o meno famosi, dobbiamo proprio farci rinfrescare la memoria da ulteriori tranvate? Per quel che mi riguarda, oltre al NO! sempre e comunque al PD, dico NO! anche ai vari Pisapia, Bersani e D’Alema e Vendola  – mi scuso se ho dimenticato qualcuno – perché non è che puoi votare a favore anche quando non sei d’accordo e poi pretendere di ripulirti lasciando la barca del vincitore quando sta per naufragare – e poi perché, per creare un partitino che gli riporti i voti persi, mi sa. Ma questo è un ragionamento andreottiano, chissà se ci arrivano. io temo di sì.

Nutro anche io tanti dubbi sul prosieguo del proclama Falcone-Montanari: diciamo che li lascio lavorare stando alla finestra (tipo pensionato con le mani dietro la schiena, pure io), ma non riesco ad entusiasmarmi, a crederci. Non per le immancabili polemiche, ma perché… oh, perché non ci credo, che questa volta partirà tutto dalla base.

E poi ci sono un sacco di altre considerazioni che vorrei fare – per esempio che secondo me dovremmo pure smetterla di fare i buonisti con tutti gli immigrati ed i censori con tutti quelli che non sono del nostro partito (quale?). Ma qui mi limito a lanciare il sasso, ci torneremo in un prossimo post. Intanto, se volete, ditemi cosa ne pensate voi. Di sinistra, di leaders e di programmi.

Anche per oggi non si vola

Cari i miei salmoncini… lungi da me l’idea di essere l’unica a capire le cose (in realtà io mi definirei una “fulminata”: ogni tanto mi vengono degli sprazzi di illuminazione, ma non sempre sono genialate. Lo so.), però vi devo dire che il progetto di partito-traghetto verso un’Italia un po’ più pulita, temo, non decollerà mai.

Non tanto e non solo perché ho provato a parlarne sulla mia pagina FB ed è stato un macello (a parte che avevo tirato in causa praticamente solo persone di sinistra, ancorché diversamente collocate), non tanto per la litigata, furibonda quanto esagerata, che si è sviluppata, quanto perché evidentemente non sono stata capace di spiegarmi.

Tranquilli, quelli che non l’hanno seguita: è finita a tarallucci e vino, almeno con quasi tutti, perché quando si vuole alla fine trionfa il buon senso. Certo si fa fatica, ma credo anche sia l’unica strada da seguire se si vuole essere credibili – ma soprattutto in pace con la propria faccia.

io sono sempre più convinta – e mi pare che le amministrative ultime mi diano ragione – che per cambiare non si può nemmeno più aspettare che sorga una sinistra unita ed unica, con un programma di sinistra e persone di sinistra. Anche se guardo con interesse all’evolversi dell’appello di Montanari e Falcone ed alle adesioni che sta ottenendo, non riesco a liberarmi dalla sensazione di deja vu con il passato.

Oh insomma. Era il 2011 e chiedevo a Ferrero di fare un partito comunista unico (e non era nemmeno la prima volta) ma non era il momento adatto… com’è che poi, basta che si parli con un po’ più di insistenza di elezioni, e improvvisamente spunta qualche faccia pulita che invita all’unità – e tutti dietro, ad iniziare da quelli che fino a ieri “non è tempo”?  Va bene, vedremo.

Intanto però a Palermo vince Orlando per la quinta volta – ma non conosco palermitani così contenti del suo operato (tantomeno i volontari che si occupano dei poveri randagetti – non per scelta loro! – che dovrebbero essere accuditi dal Comune. Sindaco in testa. Che però evidentemente ha altro da fare.), quindi? Quindi a quanto pare nessuno è poi così credibile e molti, troppi, continuano a privilegiare il proprio orticello ad un discorso organico di “mondo”.  E lo so che le amministrative non sono le politiche, però fin quando la scelta è tra un peggio ed un meno peggio, perché la gente dovrebbe fare la fatica di andare a votare e di scegliere, sempre turandosi il naso? Tanto poi hanno ragione: non cambia niente. Gattopardescamente.

Nel frattempo è uscito un sondaggio, commissionato da Il Fatto Quotidiano, che indica la Sinistra Unita al 16% e ci mette a capo, di questa sinistra unita (stando agli intervistati) Saviano, Rodotà o Bersani. Il che secondo me la dice lunga sulla chiarezza di idee che circola: nemmeno si parla di programmi, macché: si sceglie il guru che poi penserà a tutto. Senza contare che qualcuno mi deve spiegare che ci farebbe un liberale (Bersani, pare l’abbia detto di sé) alla guida di un partito di sinistra. Oppure chiaritemi perché aprire a MDP (che ha votato sì al jobs act etc) e a Pisapia che ha votato SI’ il 4 dicembre. Come direbbe Tonino: “che c’azzeccano?” Paiono un Arcobaleno 2.0. Ma vedremo.

Molta è la confusione sotto il cielo. Ma anche in molte teste, mi pare.

Certo che allora, se le cose stanno così male… allora non sarebbe meglio pensare davvero ad un partito-traghetto, che serva giusto a ripulire tutti quanti (perché anche a destra c’è malcontento e ci sarebbe, almeno in alcuni, la voglia di tornare ad una politica un po’ più pulita) senza ammucchiate strategiche che, se tutto va bene, non pagano, e se invece va peggio fanno solo danni?

O vogliamo far arrivare il partito dell’astensione al 60%?

Io mi metto alla finestra ed ascolto… ma se la sinistra non riparte dal FARE, dubito che ammucchiate eterogenee e raffazzonate possano aiutarci ad uscire dal tunnel. Del divertimento di qualcun altro, però.

Vaccinazioni: fede, fiducia, informazione e tifo da stadio

 

Si fa un gran parlare di vaccinazioni e loro obbligatorietà, su FB. Be’, più che parlare sarebbe più opportuno usare termini come “schiamazzare”… dato anche il livello di parecchi interventi. E FB dimostra sempre più chiaramente di non riuscire ad essere un luogo di confronto, scambio e crescita ma soltanto una palestra di urla ed insulti. Come da anni ci ha insegnato la politica: copri le ragioni del tuo avversario con gli strilli, ripeti sempre le stesse parole purché siano l’unico suono udibile, insulta e non lasciargli spazio. Insomma, tutto funzionale al mantenimento dello status quo. Basta che in sempre meno usino il cervello in modo critico.

Intendiamoci: c’è sempre stata la tendenza a discutere al bar di questioni che ben altro livello avrebbero richiesto, ma come siamo sempre stati tutti un po’ CT della nostra squadra, così pensiamo di essere esperti tuttologi e ci lanciamo in sentenze lapidarie.

Lungi da me l’idea di lasciar fare agli esperti, però! Mi sento solo di consigliare un po’ di granum salis.

La questione vaccini è parecchio delicata, non tanto perché ne metta in dubbio la validità, quanto perché – comunque – va a toccare la sfera privata del cittadino, peggio: dei figli del cittadino, infanti, incapaci di difendersi e provvedere a sé stessi.

Quando toccò a noi, non c’era molta scelta: di facoltativa c’era solo la trivalente (morbillo parotite rosolia). Malattie che da piccoli avevamo fatto, senza particolari disagi né danni (anzi, per me si è trattato di graditissime assenze scolastiche…), ma che, ci rendevamo conto, potevano avere effetti collaterali non proprio leggeri. E così abbiamo fatto vaccinare la nostra pargoletta. Quello che non mi è piaciuto, però, è stato il foglio che ci hanno fatto leggere e firmare subito prima: una specie di consenso informato in cui praticamente ci assumevamo tutte le responsabilità e gli oneri per eventuali effetti collaterali, peraltro agghiaccianti (come ben sa un affezionato lettore di bugiardini). Ma come: tu stato mi consigli di far fare un vaccino a mia figlia e se poi ne riporta danni, tu te ne lavi le mani? Del resto, la tendenza all’irresponsabilità è andata sempre più diffondendosi, in campo medico (con, appunto, il consenso informato) come in tutti gli altri settori della vita pubblica (cose che avvengono ad insaputa degli interessati: affitti pagati, orologi donati… o anche navi che affondano e capitani che, prima di essere condannati, vengono invitati a tenere un lezione sulla gestione del panico in prestigiose università. O anche dirigenti che mandano a rotoli società di interesse nazionale e ricevono buonuscite principesche… ci siamo capiti).

Insomma, da una parte “laggente” che nulla sa e nulla è meglio che sappia, il popolo-bue che deve soltanto obbedire e tirare la carretta – salvo poi concedergli il “privilegio” di dissertare su tutto e tutti, ma solo al bar –  e dall’altra una serie di personaggi che dovrebbero essere esperti e fare il bene comune, ma che spesso non sembrano sapere qual è, questo bene comune.

Io credo che, proprio perché la faccenda dei vaccini è una cosa molto seria – e se Gino Strada dice che sono importanti ci si può credere: è medico e vive a contatto con persone che i vaccini manco sanno cosa sono… e quanto bene potrebbero ricavarne – non si possa né si debba ricorrere a costrizioni e nemmeno pretendere un’adesione fideistica a questa campagna (del resto, con che autorevolezza lo fa una ministra come la Lorenzin? con che competenze? e non è che ce l’ho con lei e basta…)

La fiducia è una cosa seria e non puoi imporre agli altri di crederti, soprattutto quando poi pretendi di rendere obbligo nazionale una cosa che, invece, è stata lasciata in mano alle regioni, ragion per cui in alcune si paga ed in altre no. Allora spiegatemi: la salute è un diritto per tutti, o lo è solo in parte, o non lo è per niente? Perché in alcune regioni si paga il vaccino ma magari si possono seguire cure non tradizionali per il cancro, perché in alcune regioni i cittadini possono curarsi con la cannabis, e soprattutto perché i cittadini non devono poter disporre della loro morte – o se proprio insistono, sono obbligati ad andarsene in Svizzera?

Ridicolo. Siamo un paese di quaqquaraqquà ed ominicchi. Se non ci muoviamo a rialzare la testa, ci metteranno un giogo totale.

Meditate gente… vaccinate i vostri figli, ma pretendete che lo stato se ne prenda la responsabilità. Insieme a voi.

PS: perché ho scelto come immagine le zollette di zucchero? Semplice: perché sono abbastanza vecchia per aver assunto l’antipolio così… e poi, sinceramente, non sopporto gli aghi…

 

Di tutto un po’, cari salmoni.

Ho sospeso per qualche tempo le mie “profonde riflessioni” a causa, sì, di parecchi impegni personali, ma anche e forse soprattutto perché mi sembra inutile questo mio fantasticare: una specie di delirio di onnipotenza inconcludente. O, a voler essere gentili, un progetto, un sogno che non potrà mai tradursi in realtà. E chi sono io, poi, per pensare di riuscire a cambiare il mondo? Dico che non voglio fare il guru e poi pretendo di fare addirittura il messia? Ma non ci penso proprio.

Però un paio di riflessioni…

Partiamo da Renzi. Che dopo mesi dal terremoto, avvenuto con lui presidente del consiglio, decide di mandare le sue magliette gialle ad ascoltare le paure e le esigenze di persone che hanno perso tutto. Perché lui non lo sa, quali sono le paure e le necessità di chi deve ricominciare da zero? Intanto è a Milano, dove si svolge una marcia contro i muri, ma non ci va: ha già altri impegni, e poi potrebbe incontrare Bersani o D’Alema… mi è anche passata la voglia di commentare tanta piccolezza, non fosse che proprio questa meschinità fatta sistema mi induce ad un pessimismo…direi quasi cosmico. E mi perdoni Leopardi, ma non riesco più nemmeno a credere che la ragione ci possa salvare, eliminando i mali che derivano dalle storture della società.

Che c’entrano i salmoni allora? I salmoni siamo noi, che ci vorremmo ribellare a tutte queste brutture, ingiustizie, soperchierie, e che ci troviamo davanti, quando non proprio individui dotati di ogni tipo di arma, consentita o meno, a muri di gomma, ignavia, fatalismo… come potremmo vincere? Come possiamo continuare ad andare in direzione ostinata e contraria – grazie Fabrizio – e pensare di riuscire a smuovere le coscienze senza restare ineluttabilmente vittime del fiume o degli orsi o della nostra pochezza?

Già, perché a parte la palude – politica e sociale – che ci circonda, è sconfortante anche l’innegabile verità che ognuno ha il suo prezzo.

Quest’ultima folgorazione (mica tanto, è solo una conferma) mi è venuta guardando Maltese – Il romanzo del commissario: senza arrivare ad avere segreti inconfessabili, pare evidente che, se non sei corruttibile dal vil denaro o dal potere, se non hai scheletri nell’armadio, se nemmeno ti si possono ascrivere peccati veniali… avrai pur sempre un punto debole. I figli, o la mamma, il cane o la collezione di libri antichi: ognuno ha le sue passioni, basta trovare la leva giusta. E se non la trovi, esiste sempre il modo per silenziare il disturbatore. Come succede a Licata della fiction, o a Fava e tanti altri nella realtà.

Quindi? Che ci sto a fare qui, se non a proporre sogni insognabili? Ma a cercare di renderli meno impossibili… prima di arrendermi definitivamente.

Forse, e dico forse, per non farsi ricattare basterebbe essere specchiati e sinceri. Dire, prima che venga scoperto da qualche “solerte giornalista”, che abbiamo copiato un compito in classe, che non abbiamo pagato l’IVA all’idraulico, che per anni abbiamo eluso il canone RAI… tutte questi comportamenti di certo non irreprensibili, ma che strillati a caratteri cubitali sui media assurgono a fatti di importanza capitale (un po’ come succede con la discussione sull’obbligatorietà dei vaccini: tifo da stadio, e se per caso ti azzardi a dire che non discuti la validità del vaccino ma la costrizione ed il fatto che, poi, con la scusa del consenso informato oltre al danno ti ritrovi pure la beffa, allora ti saltano addosso tutti. Ancora più imbufaliti perché non si capisce da che parte stai. Ma è così difficile? Dalla parte dell’informazione corretta e della responsabilità collettiva… ovvio).

E poi certo, se non troveranno nulla da rivelare con il massimo clamore, non ci vuole molto ad inventarlo. Perché la memoria selettiva in Italia è molto diffusa: per esempio, gli appassionati sanno che dal 25 maggio si svolgerà a Roma l’84° CSIO – Master fratelli D’Inzeo – dove i D’Inzeo sono ricordati per i loro trascorsi olimpici (equitazione). Nulla da eccepire. Però quanti sanno che il carabiniere Raimondo D’Inzeo guidò l’ultima carica di cavalleria contro un corteo antifascista (Roma, 6 luglio 1960, governo Tambroni)?

 

Perché è inutile parlare di sinistra unita, ora.

Se postassi (e lo farò) un titolo siffatto su Facebook, sarei sicura di attirarmi strali ed ostracismo, grida e putiferio. Perché Facebook è un posto ad alto scorrimento: la maggior parte dei contatti legge il titolo e commenta – non importa poi cosa c’è effettivamente scritto nell’articolo: si lapida alla velocità della luce e poi si passa alla notizia successiva.

Invece nei blog… be’, qui il tempo è diverso ed i lettori-commentatori anche.

Quello che vi voglio proporre oggi è un post di Luca, l’amico che gestisce il blog I pensieri di Protagora (che vi invito a visitare) e che qualche tempo fa scriveva (riporto integralmente, da un certo punto in avanti, con il suo benestare):

La notte di cui non vediamo la fine
Il problema non è tanto che continuano a nascere nuovi partiti, ma che rischiano di essere indistinguibili l’uno dall’altro. Di notte tutti i gatti sono bigi, recita un antico proverbio. E’ vero, dobbiamo renderci conto che è notte, è notte da molto tempo e lo sarà ancora per molto tempo; prima lo capiamo, meglio è.
Le risposte che vengono date in questi giorni all’annoso problema di cosa sia la sinistra, forse non sono sbagliate in sé – anche se in alcuni casi, come in quello di D’Alema e di Bersani, penso lo siano – ma soprattutto vengono date senza ascoltare le domande. Diventando vecchio, sono sempre meno paziente, e mi arrabbio quando vedo che si continua a perdere tempo. Il dibattito sulle alleanze è sterile, perché se unisci anche molti zero virgola non arrivi alla maggioranza e vince la destra. Io, come potete immaginare, anche per la mia storia personale, ho una grande considerazione per la politica, credo sia fondamentale nella vita delle persone, ma, a questo punto, al punto in cui siamo arrivati, credo che sia insufficiente a spiegare quello che la sinistra deve essere. E soprattutto sia insufficiente per tornare a essere una prospettiva credibile, capace di parlare alle persone che dovrebbe rappresentare e che, di conseguenza, dovrebbero votarla. Il problema non è che ci sono molti partiti, ma che ci sono pochi elettori.

In questi ultimi trent’anni abbiamo perso perfino il lessico comune della sinistra socialista, perché uno dopo l’altro abbiamo mandato al macero gli strumenti su cui quelle idee camminavano. Proviamo a uscire nel mondo vero, fuori dai social, fuori dai nostri giri consueti – perché troppo spesso ci parliamo addosso – e cerchiamo di capire cos’è la sinistra per quelle persone che dovrebbero essere di sinistra, perché sono povere, perché sono sfruttate dai loro padroni, perché il capitalismo le ha messe in ginocchio.
Ad esempio per queste persone la cooperazione cos’è? E’ un modo come un altro di fare impresa. Cosa rende davvero diverso fare la spesa alla Coop o all’Esselunga? Temo nulla, se non le offerte, la qualità dei prodotti o i premi delle carte fedeltà. E troppo spesso anche per chi ci lavora c’è poca differenza tra un’impresa cooperativa e una “normale”. Per molti la cooperazione è un modo di fare impresa senza pagare le tasse. Lo so che non è così, lo so che tante piccole cooperative svolgono un lavoro prezioso e hanno ideali antichi, ma per molte persone la cooperazione è questo – e tante volte purtroppo è questo – e se non ci mettiamo in relazione con queste persone – che sono la maggioranza – allora saremo sconfitti, perché continueranno a votare per Trump o per l’uomo forte del momento.
Per queste persone il sindacato cos’è? Non spiegatelo a me, che conosco il lavoro difficile di tanti sindacalisti che si impegnano con fatica sul territorio, ma a chi vede le organizzazioni sindacali come strutture distanti, incapaci di tutelarli. Ed è così, è anche così; i sindacati oggi sono un pezzo di quelle classi dirigenti che hanno portato la società in rovina, non sono antagonisti, ma in molti casi complici. Il problema non è solo il susseguirsi di episodi di malaffare, che pure pesano, di singoli esponenti del sindacato, ma l’incapacità di leggere la crisi di questi anni, di cui tutta la sinistra, sindacato compreso, è responsabile. All’inizio di questo millennio in tanti abbiamo applaudito convintamente alla cosiddetta “terza via”, invece quello è stato un errore politico fatale, che troppi ancora non riconoscono. Per tante persone un partito cos’è? Lo strumento che alcuni usano per fare carriera e per diventare ricchi. Il luogo dove si parla, si parla, si parla, ma alla fine non si ottiene alcun risultato. Per chi vuole far crescere l’antipolitica una giornata come quella di domenica, con lo spettacolo indecoroso offerto dall’assemblea del pd, è un giorno da segnare in rosso sul calendario, un giorno di festa. Per vent’anni ci hanno spiegato che la politica è qualcosa che fa schifo e la profezia ormai si è avverata.
E non è che possiamo dire a tutti questi cittadini che sbagliano, perché non capiscono che valore abbiano le cooperative, i sindacati, i partiti. Non è che possiamo continuare a raccontare una storia a cui loro non riescono più a credere. Alle persone che hanno paura, che sono sfiduciate, che sono pronte a gettarsi in qualunque avventura, non possiamo più dare delle lezioni. Penso al tema dell’immigrazione: molte persone hanno paura dell’arrivo di poveri da altre parti del mondo. Noi non possiamo rispondere che stanno sbagliando, e continuare a proporre le solite soluzioni, perché i loro argomenti possono anche essere falsi, i dati su cui si basano sono sicuramente falsi – non c’è un’invasione – ma la loro paura è vera e con quella paura dobbiamo confrontarci. Se non lo facciamo vincono quelli che dicono che bisogna gettare a mare quei poveracci che arrivano da lontano. Perché le persone che hanno paura comincino a credere che un mondo diverso è possibile bisogna che tutti insieme ci facciamo carico delle paure, delle insicurezza, che costruiamo reti per aiutare le persone.

La sinistra che aiuta le persone 
Secondo me a questo punto dobbiamo ricominciare da capo, consapevoli degli errori che abbiamo commesso. Occorre fare un passo indietro, molto indietro. Nella seconda metà dell’Ottocento il movimento socialista agli albori, prima di essere un partito, è stato una rete di aiuto concreto alle persone.
Mi viene sempre in mente il film I compagni di Mario Monicelli, in cui si racconta la storia delle lotte di una fabbrica tessile di Torino alla fine di quel secolo. Il socialismo prima di ogni altra cosa era rappresentato dalle collette che i lavoratori organizzavano ogni volta che uno di loro si ammalava o finiva in carcere o moriva e quindi lasciava la propria famiglia in enorme difficoltà. Quelle persone non avevano sempre le idee chiare, non erano sempre socialisti – basta vedere come trattavano il loro collega venuto dal sud, su cui esercitavano un razzismo che farebbe impallidire i leghisti di oggi, o come consideravano le donne – ma capivano che dovevano aiutarsi gli uni con gli altri e organizzavano questa forma di solidarietà, anche come forma di resistenza a un potere che li opprimeva. Il socialismo nasce prima di tutto come questo sistema di aiuto e solo in un secondo tempo è diventato un movimento politico. Senza quella concretezza iniziale sarebbe stato impossibile organizzarsi per fare altre battaglie. Quegli uomini e quelle donne capirono in quel modo, attraverso quella rete di solidarietà, che quello era il modo di affrancarsi, di lottare, di coltivare una speranza. E di creare una comunità.
Credo che siamo tornati a quei tempi lì, e infatti, come allora, di fronte a questa crisi si fa strada una risposta di destra: allora fu il fascismo, oggi è la propaganda che chiamiamo populista, quella di personaggi come Trump, ma gli obiettivi sono sempre quelli: preservare i privilegi dei ricchi e gli squilibri tra le classi, facendo finta di combatterli. Oggi per tante persone le cure mediche sono un lusso, la perdita del lavoro può gettare un’intera famiglia nella povertà, un lavoratore è disposto a rinunciare a diritti anche elementari pur di poter continuare a lavorare, un povero vede in un altro povero un nemico, qualcuno che gli toglie quel poco di cui crede di avere diritto. Per questo credo occorra ripartire da forme, anche elementari, di mutualismo, abbiamo bisogno di ricostruire quelle reti di protezione sociale che le famiglie non riescono più a organizzare e che lo stato – anche quando la sinistra era al governo – ha volutamente fatto fallire. Questa adesso è la priorità.
Alle persone che non capiscono quale sia la differenza tra destra e sinistra non possiamo dire che la soluzione è far nascere un nuovo partito o un partito nuovo. Se ci limitiamo a questo ci volteranno le spalle; credo anche giustamente, perché non possiamo riproporre sempre le stesse cose. Dobbiamo prima di tutto farci carico degli errori che abbiamo commesso. E questa ostinazione è uno dei più gravi.
Tra quelli che sono impegnati in questi mesi a ripensare la sinistra vedo che vanno particolarmente di moda metafore del tipo “occorre costruire ponti”. Per costruire qualcosa ci vuole un progetto, e, anche se lo abbiamo, siamo sicuri che quel ponte così ben costruito serva a qualcosa? Rischiamo di avere un bel ponte, ma non le due rive da collegare. Io credo invece che occorra gettare dei semi, anche sapendo che da molti di questi non nascerà nulla, perché la terra è arida, perché le condizioni atmosferiche sono avverse, perché c’è qualcuno pronto a sradicare le piantine appena si fanno largo tra le zolle. Eppure chi avrebbe detto che dalle lotte di quegli operai a metà dell’Ottocento sarebbe sorto un movimento come quello socialista, capace di caratterizzare una parte significativa della storia del secolo successivo? Certo noi abbiamo avuto la forza di distruggerlo dall’interno – e ne paghiamo le conseguenze – ma credo possa rinascere, ripartendo da associazioni, da gruppi spontanei, da forme di aiuto sociale, da strumenti di mutualità solidale, in sostanza dal provare a resistere a questo mondo così violento.
E dobbiamo contemporaneamente fare comunità, anche creando momenti di aggregazione. Siamo sempre più soli, anche se questo strumento in cui scriviamo e leggiamo, ci illude del contrario, e abbiamo bisogno di comunità. Il partito, quando funzionava, era anche questo, andare in sezione era un modo per vedere altre persone, organizzare le feste era un’occasione per lavorare con altri, la casa del popolo era un punto di aggregazione politica perché era anche e soprattutto un momento di aggregazione sportiva, sociale, culturale, di divertimento. Sono convinto che gruppi di acquisto solidale, movimenti per il diritto alla casa, reti di volontariato, associazioni che organizzano ambulatori nelle periferie, artisti che portano i loro lavori tra le persone, servano di più a costruire una cultura di sinistra che i nostri documenti che nessuno leggerà, per quanto ben scritti.
Penso che la politica politicante – passatemi il brutto termine – debba fare un passo indietro e si debba assumere il compito soltanto di evitare che la terra si inaridisca del tutto e che le piante possano in qualche modo resistere, poi dovranno crescere per conto loro e cresceranno.
E noi non dobbiamo avere la pretesa di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, ne abbiamo perso il diritto, mi pare. E non dobbiamo metterci per forza un’etichetta politica o avere l’ansia di avere un simbolo da presentare alle elezioni. E forse, prima o poi, questa notte finirà.” il testo integrale è qui
Quando l’ho letto sono rimasta basita, perché è quello che penso anche io, quello che ho proposto ad alcuni segretari sinistrorsi sentendomi sempre rispondere che c’erano altre priorità, che non era strategico, che non c’erano fondi… allora, io credo che dovrebbe essere chiaro, a noi di sinistra che davvero ancora ci ostiniamo a voler cambiare il mondo, che anche se si mettessero ad un tavolo tutti i segretari dei millemila partiti più o meno comunisti, nulla di convincente ne potrebbe uscire. Nè per un elettorato sempre più stanco e sfiduciato, né per noi “militonti”. Perché come fai ad andare a proporti come alternativa se non ti sei mai speso per, chessò, i lavoratori di SKY Roma (vedi i tre protagonisti delle primarie PD) o per evitare i tagli alla sanità, all’istruzione e quant’altro? E non raccontatemi che, fuori dal Parlamento, non girano soldi. Una volta i soldi c’erano e però… toccava al sindacato? In buona parte sì, ma i sindacalisti almeno in teoria non vengono eletti alle politiche (che poi facciano gli interessi dei lavoratori, questo è un altro argomento altamente discutibile, mi pare. Certo, non tutti. Come sempre, come ovunque).
In ogni caso quello che voglio dire è che io – ma non credo di essere l’unica – non vedo su quali basi dovrei oggi dare la mia fiducia, il mio voto, a personaggi tipo Bersani, D’Alema, Orlando o Pisapia, Vendola, Emiliano e via discorrendo. Perché? Dov’erano loro, mentre destra e “sinistra” facevano a pezzi lo stato sociale (più i governi amici, bisogna riconoscerlo) e massacravano i diritti?
Vale per tutti, temo. E come sempre non si parla di singoli impegni personali, che ci sono e sono tanti e validi. Ma non c’è una sinistra solidale e concreta che possa dire “io c’ero, io ho fatto”. E la notte è ancora fonda, care sentinelle…
Io credo che la sinistra che ora non c’è possa e debba ripartire dalla concreta solidarietà – e nel frattempo, ci vuole il partito dei salmoni: quelli in direzione ostinata e contraria, che magari non sono proprio di sinistra ma che sono stanchi di questo egoismo dilagante, di questa meschinità fatta sistema, di questi miseri interessi settoriali (mettiamocelo in testa: o ci salviamo tutti, o stiamo parlando di privilegi!), di questa terra di nessuno in cui vige la legge del più forte. Che normalmente è quello che ha più soldi.

Di politica (interna), informazione e verità (faziosa)

Sono abituata ad andare controcorrente, tanto che sto pensando, se mai riuscirò a proseguire nel progetto di costruire un partito che ci risollevi dalla melma, di utilizzare come simbolo il salmone (che oltretutto è ricco di Omega3).

Palesata questa verità indiscutibile, vi dirò che personalmente ritengo ci siano argomenti molto più importanti del risultato delle primarie del PD, tipo magari la vicenda SKY (di cui nemmeno nel dibattito comune, proprio su SKY, alcun candidato ha fatto menzione, giova ricordare) – ma di esempi ce ne sarebbero parecchi, temo.

Però, visto che purtroppo questa vicenda avrà ripercussioni sulla vita di tutti (anche se non sarà certo una svolta epocale, anzi: sarà una continuità in peggio di quanto avviene ora, a mio avviso), mi esprimo.

Buona parte della “stampa che conta” dedica la prima pagina alla vittoria di Renzi, con toni più o meno entusiastici (ma tra quelli che non ne parlano – e non perché non sono usciti oggi, intendiamoci – alcuni sono sportivi, quindi fuori discussione in partenza): di questi, forse il titolo più onesto è quello della Gazzetta del Mezzogiorno: “Primarie, Renzi si riprende il PD”. Già, perché il PD (come Forza Italia in precedenza) non è un partito tradizionale in cui il dibattito interno dà poi luogo all’elaborazione della linea: il PD è un partito in cui il segretario decide e gli altri si adeguano ed eseguono. Anche se Renzi dice che “è storia nuova”. Sarà. Ma fin qui nulla di nuovo, mi pare.

Posto che invece io “non detto la linea”, innanzitutto credo sia importante ricordare “chi” poteva votare: non solo gli iscritti al partito (troppo limitativo) ma «tutti coloro che dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del Partito e di sostenerlo alle elezioni e che accettino di essere registrati nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori» (e capirai che smacco… che ti registrino lì o nelle liste del PDL, secondo voi c’è differenza?) , insomma alla fin fine “…tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto 16 anni e gli stranieri residenti in Italia, appartenenti alla Ue o in possesso di permesso di soggiorno…”: maglie abbastanza larghe, no? Appunto.

E come se non bastasse, ecco che per enfatizzare la “vittoria” i titoli urlano certi elementi e ne sottaciono altri: Renzi segretario, titola il Corriere e poi, molto più in piccolo: “Quasi 2 milioni ai seggi: 800 mila in meno” e, a seguire e confortare: “sopra le previsioni, il doppio della soglia stabilita dall’ex premier” che dunque ha stravinto. Ah sì?

A me non pare: se facciamo un po’ di conti della serva infatti…

A sorpresa (!!!) Renzi ha stravinto con il 70% di voti, più o meno.
Ma scusate un attimo (domanda per dotati di cervello funzionante): se alle primarie sono andati a votare “quasi 2 milioni di persone” e nemmeno tutti elettori PD, se il PD è un partito che alle ultime politiche ha preso 8 milioni e mezzo di voti circa… che razza di plebiscito è, essere stato “acclamato” (unto?) da meno di un milione e mezzo di elettori – e manco tutti suoi? Faccio sommessamente notare che un milione e mezzo è meno di un quarto di 8 milioni e mezzo… cioè, se avessero votato solo gli elettori PD, meno di uno su 4 lo avrebbe scelto.
Sarà una vittoria?

PS: scusate l’immagine ittica, per quanto pertinente con la mia posizione. Ma proprio di mettere l’immagine del “nuovo” segretario del PD non mi riesce…