Ciao, mi chiamo Italia

Mi è arrivato questo messaggio. Mi è piaciuto, dunque ve lo giro. Pensateci e, semmai, condividete. Mi dispiace non sapere chi è l’autore primo perché lo ringrazierei volentieri.

“Ciao, mi chiamo Italia, sono un piccolo Paese nel Mediterraneo, considerato da molti, uno dei Paesi più belli del pianeta.
Per molto tempo sono stato il punto di riferimento della storia, della civiltà, della moda, del design, del lusso, del cibo, della bella vita e chissà quante altre cose di cui, lentamente, mi sono dimenticato.
Posso farvi una domanda? Da Paese a cittadini, in totale confidenza, siate sinceri però, almeno con voi stessi. “Ma non siete stanchi? Non siete stufi?”.
Quante parole buttate al vento, quante promesse mai mantenute, quanto fiato sprecato e quanta frustrazione.
Io sono vecchio, quello che dovevo dimostrare l’ho dimostrato.
Vi ho fornito i mari più belli, le montagne, le Alpi più invidiate, vi ho dato un terreno fertile, da cui sono nati grandi vini, fonti di acque vendute in tutto il pianeta, verdure e frutta che avete esportato in ogni dove, senza calcolare i paesaggi e gli scorci che pochi altri Paesi nel mondo possono vantare.
Ma non siete stanchi? Non siete stufi?
E come se non bastasse, ho ospitato per svariati millenni, monumenti, artisti, poeti e filosofi che, ancora oggi, vengono citati nei libri di storia in tutte le lingue del pianeta.
Insomma … credo che come Paese, vi ho dato tanto, forse, anche troppo.
Già … mi sa che vi ho viziato, perché ultimamente non mi sento molto amato.
Come cazzo avete fatto a portarmi fino a questo punto?
Siamo passati dell’impero romano a Renzi, da Michelangelo a Favij, da Pirandello a Vendola, ma fosse solo questo il problema … vi siete fatti intortare così bene da un gruppo di vecchietti millantatori che, ormai, non avete neanche più il potere di decidere chi vi rappresenta.
Fanno tutto loro, senza chiedervi nemmeno il permesso.
Siete diventati schiavi dei vostri stessi dipendenti.
Loro rubano e va tutto bene, tu sopravvivi e loro ti puniscono, perché, ormai, se osi cercare una vita dignitosa, se solo credi di meritarti un lavoro, una casa o, addirittura, una macchina nuova, loro ti chiedono di giustificare tutto, altrimenti te la portano via e tu non puoi farci un beato cazzo.
Scusami se uso parole forti, ma è il Tuo Paese che ti parla ed esigo più rispetto per me, ma soprattutto, per Te.
Si, perché, sei Tu il mio vero padrone, non questi cialtroni da quattro lire.
Non dirmi che ti fanno paura? Quattro vecchi, gran parte ignoranti, ti fanno paura?
Ricordati che Io mi chiamo Italia e Tu sei Italiano.
Questa terra l’ha creata Tuo nonno, magari perdendo la vita.
Io sono di Tua proprietà e hai tutto il diritto di riprenderne il possesso.
Te lo chiedo con la mano sul cuore.
Aiutami a splendere di nuovo, non lasciare che questa gentaglia mi riduca ad un piccolo Paese svenduto agli stranieri, maltrattato da chiunque lo venga a visitare, denigrato e schifato da tutti, per colpa di pagliacci che non ci rappresentano.
Riprendi il controllo, riprendi a vivere, riprenditi il Tuo Paese … il Tuo Paese.
Firmato L’Italia.”

da “I pensieri di Protagora”, ancora una volta condivido Luca Billi.

Copio tutto l’articolo, questa volta:

Cantieresost. m.

A tutt’oggi non sappiamo neppure se voteremo, figurarsi quindi se possiamo immaginare con quale legge. In queste condizioni è quantomeno azzardato fare dichiarazioni di voto, ma, comunque vada, io voterò affinché ci sia nel prossimo parlamento una rappresentanza di sinistra. Mi auguro di non essere costretto a votare una “cosa” in cui ci sia dentro anche Pisapia, spero di non votare per Bersani-D’Alema, ma voterò comunque, perché difficilmente ci sarà proprio quello chi io vorrei votare. Al punto in cui siamo, pongo un’unica condizione: mai con il pd, con tutto il pd. E’ una condizione vincolante e quindi farò molta, molta attenzione prima di votare: se avrò anche solo il sospetto che il mio voto servirà a sostenere in qualche modo il pd o un governo con il pd, non voterò, disperderò il voto, annullerò la scheda piuttosto, ma non voterò per una sinistra complice.
Fatta questa doverosa premessa devo anche dirvi, con l’usuale franchezza, che non firmerò manifesti, non aderirò a comitati, non mi iscriverò a partiti nati o nascenti, non parteciperò a cantieri. Capisco che così faccio la figura del vecchio, che, mani dietro la schiena, osserva i lavori, scuotendo la testa in segno di sconforto e disapprovazione.
Confesso che pesa su questa decisione il mio cattivo carattere, Più passa il tempo più mi pesano le interazioni umane. E la politica ne ha invece assoluto bisogno. Lo so, l’ho fatta per anni e ricordo quanto sia importante il legame tra le persone. Anzi siamo a questo punto anche perché questo legame si è spezzato.
C’è poi un’altra considerazione che è più di carattere politico, anche se parte dalla mia esperienza personale. Proprio perché ho fatto politica per molti anni, sento pesare su di me una responsabilità. Siamo in tanti a portare questo peso, ma vedo che per molti questo non sembra essere un problema: continuano tranquillamente a fare politica, spesso dicendo le stesse cose che dicevamo vent’anni fa e che ci hanno portato al punto in cui siamo. Mi fa piacere che D’Alema – per dirne uno – abbia riscoperto il gusto della politica – sono fin contento per lui – ma lui, come me, vent’anni fa, pensava che Blair – schematizzo, ma mi avete capito – fosse la soluzione. Adesso, se vogliamo dire che è Corbyn il modello da seguire, dobbiamo anche riconoscere che sbagliavamo. E il fatto di aver commesso allora un errore così grave dovrebbe farci riflettere e soprattutto farci desistere da dare adesso lezioni.
C’è infine un ultimo tema che mi impedisce di riprendere qualcosa che ho interrotto anni fa, ossia il fatto che in questo paese sembra ormai impossibile definirsi radicalmente comunista. Leggevo l’altro giorno uno di questi sondaggi dei giornali italiani, in cui si chiedeva ai lettori di indicare un leader della sinistra prossima ventura. So che è poco di più di un gioco di società, ma l’esito mi ha lasciato comunque interdetto. In tanti, la maggioranza purtroppo, hanno indicato Roberto Saviano. Non ho nulla contro di lui come persona – mi sta antipatico, come mi stanno antipatici tanti – credo che il suo lavoro sia fondamentale per la crescita civile di questo paese, ma il fatto di aver denunciato il malaffare della camorra, a rischio della propria vita, non ti fa diventare un leader socialista.
Commentando le elezioni del Regno Unito tanti amici hanno scritto deplorando il fatto che non c’è un Corbyn italiano. Vero, non c’è, ma un leader così non si costruisce in laboratorio, come faceva il dottor Frankenstein con la sua creatura. Manca il Corbyn italiano, ma non è questo il problema, il dramma è che manca un partito, manca un sindacato, manca una cultura politica, manca una comunità che riconosca al proprio interno l’uomo – o la donna – che possa guidarla.
Sbaglierò, ma mi sembra che tutti questi cantieri partano con il piede sbagliato. Anzi siamo noi che li facciamo subito deragliare, perché ormai non riusciamo più a prescindere da una persona, da un leader. Sono certo ad esempio che Anna Falcone e Tomaso Montanari sono animati dalle migliori intenzioni, ma siamo noi che, letto il loro appello – condivisibile, per quanto generico, nella sua buona volontà – li abbiamo subito trasformati in leader. E’ come se non ne potessimo fare a meno.
Francamente trovo pericolosa questa spasmodica ricerca di un leader, a prescindere da ogni altra considerazione. E’ un fenomeno che mi preoccupa molto, che mi sembra il segno di una nuova forma di fascismo o comunque di un imbarbarimento della politica. Ne ho paura e non mi ci trovo più in questo mondo. E l’unica cosa che riesco a fare è scriverlo, scuotendo la testa.” Grazie Luca.

E fin qui lui. Ovvio che condivido il suo pensiero, l’ho detto e scritto ormai un numero stratosferico di volte: che ce ne facciamo di un leader se non abbiamo manco lo straccio di un programma, un progettino, un qualcosa sulla cui realizzazione siamo d’accordo? Che ce ne facciamo poi di tutta una serie di riciclati più o meno famosi, dobbiamo proprio farci rinfrescare la memoria da ulteriori tranvate? Per quel che mi riguarda, oltre al NO! sempre e comunque al PD, dico NO! anche ai vari Pisapia, Bersani e D’Alema e Vendola  – mi scuso se ho dimenticato qualcuno – perché non è che puoi votare a favore anche quando non sei d’accordo e poi pretendere di ripulirti lasciando la barca del vincitore quando sta per naufragare – e poi perché, per creare un partitino che gli riporti i voti persi, mi sa. Ma questo è un ragionamento andreottiano, chissà se ci arrivano. io temo di sì.

Nutro anche io tanti dubbi sul prosieguo del proclama Falcone-Montanari: diciamo che li lascio lavorare stando alla finestra (tipo pensionato con le mani dietro la schiena, pure io), ma non riesco ad entusiasmarmi, a crederci. Non per le immancabili polemiche, ma perché… oh, perché non ci credo, che questa volta partirà tutto dalla base.

E poi ci sono un sacco di altre considerazioni che vorrei fare – per esempio che secondo me dovremmo pure smetterla di fare i buonisti con tutti gli immigrati ed i censori con tutti quelli che non sono del nostro partito (quale?). Ma qui mi limito a lanciare il sasso, ci torneremo in un prossimo post. Intanto, se volete, ditemi cosa ne pensate voi. Di sinistra, di leaders e di programmi.

Anche per oggi non si vola

Cari i miei salmoncini… lungi da me l’idea di essere l’unica a capire le cose (in realtà io mi definirei una “fulminata”: ogni tanto mi vengono degli sprazzi di illuminazione, ma non sempre sono genialate. Lo so.), però vi devo dire che il progetto di partito-traghetto verso un’Italia un po’ più pulita, temo, non decollerà mai.

Non tanto e non solo perché ho provato a parlarne sulla mia pagina FB ed è stato un macello (a parte che avevo tirato in causa praticamente solo persone di sinistra, ancorché diversamente collocate), non tanto per la litigata, furibonda quanto esagerata, che si è sviluppata, quanto perché evidentemente non sono stata capace di spiegarmi.

Tranquilli, quelli che non l’hanno seguita: è finita a tarallucci e vino, almeno con quasi tutti, perché quando si vuole alla fine trionfa il buon senso. Certo si fa fatica, ma credo anche sia l’unica strada da seguire se si vuole essere credibili – ma soprattutto in pace con la propria faccia.

io sono sempre più convinta – e mi pare che le amministrative ultime mi diano ragione – che per cambiare non si può nemmeno più aspettare che sorga una sinistra unita ed unica, con un programma di sinistra e persone di sinistra. Anche se guardo con interesse all’evolversi dell’appello di Montanari e Falcone ed alle adesioni che sta ottenendo, non riesco a liberarmi dalla sensazione di deja vu con il passato.

Oh insomma. Era il 2011 e chiedevo a Ferrero di fare un partito comunista unico (e non era nemmeno la prima volta) ma non era il momento adatto… com’è che poi, basta che si parli con un po’ più di insistenza di elezioni, e improvvisamente spunta qualche faccia pulita che invita all’unità – e tutti dietro, ad iniziare da quelli che fino a ieri “non è tempo”?  Va bene, vedremo.

Intanto però a Palermo vince Orlando per la quinta volta – ma non conosco palermitani così contenti del suo operato (tantomeno i volontari che si occupano dei poveri randagetti – non per scelta loro! – che dovrebbero essere accuditi dal Comune. Sindaco in testa. Che però evidentemente ha altro da fare.), quindi? Quindi a quanto pare nessuno è poi così credibile e molti, troppi, continuano a privilegiare il proprio orticello ad un discorso organico di “mondo”.  E lo so che le amministrative non sono le politiche, però fin quando la scelta è tra un peggio ed un meno peggio, perché la gente dovrebbe fare la fatica di andare a votare e di scegliere, sempre turandosi il naso? Tanto poi hanno ragione: non cambia niente. Gattopardescamente.

Nel frattempo è uscito un sondaggio, commissionato da Il Fatto Quotidiano, che indica la Sinistra Unita al 16% e ci mette a capo, di questa sinistra unita (stando agli intervistati) Saviano, Rodotà o Bersani. Il che secondo me la dice lunga sulla chiarezza di idee che circola: nemmeno si parla di programmi, macché: si sceglie il guru che poi penserà a tutto. Senza contare che qualcuno mi deve spiegare che ci farebbe un liberale (Bersani, pare l’abbia detto di sé) alla guida di un partito di sinistra. Oppure chiaritemi perché aprire a MDP (che ha votato sì al jobs act etc) e a Pisapia che ha votato SI’ il 4 dicembre. Come direbbe Tonino: “che c’azzeccano?” Paiono un Arcobaleno 2.0. Ma vedremo.

Molta è la confusione sotto il cielo. Ma anche in molte teste, mi pare.

Certo che allora, se le cose stanno così male… allora non sarebbe meglio pensare davvero ad un partito-traghetto, che serva giusto a ripulire tutti quanti (perché anche a destra c’è malcontento e ci sarebbe, almeno in alcuni, la voglia di tornare ad una politica un po’ più pulita) senza ammucchiate strategiche che, se tutto va bene, non pagano, e se invece va peggio fanno solo danni?

O vogliamo far arrivare il partito dell’astensione al 60%?

Io mi metto alla finestra ed ascolto… ma se la sinistra non riparte dal FARE, dubito che ammucchiate eterogenee e raffazzonate possano aiutarci ad uscire dal tunnel. Del divertimento di qualcun altro, però.

Vaccinazioni: fede, fiducia, informazione e tifo da stadio

 

Si fa un gran parlare di vaccinazioni e loro obbligatorietà, su FB. Be’, più che parlare sarebbe più opportuno usare termini come “schiamazzare”… dato anche il livello di parecchi interventi. E FB dimostra sempre più chiaramente di non riuscire ad essere un luogo di confronto, scambio e crescita ma soltanto una palestra di urla ed insulti. Come da anni ci ha insegnato la politica: copri le ragioni del tuo avversario con gli strilli, ripeti sempre le stesse parole purché siano l’unico suono udibile, insulta e non lasciargli spazio. Insomma, tutto funzionale al mantenimento dello status quo. Basta che in sempre meno usino il cervello in modo critico.

Intendiamoci: c’è sempre stata la tendenza a discutere al bar di questioni che ben altro livello avrebbero richiesto, ma come siamo sempre stati tutti un po’ CT della nostra squadra, così pensiamo di essere esperti tuttologi e ci lanciamo in sentenze lapidarie.

Lungi da me l’idea di lasciar fare agli esperti, però! Mi sento solo di consigliare un po’ di granum salis.

La questione vaccini è parecchio delicata, non tanto perché ne metta in dubbio la validità, quanto perché – comunque – va a toccare la sfera privata del cittadino, peggio: dei figli del cittadino, infanti, incapaci di difendersi e provvedere a sé stessi.

Quando toccò a noi, non c’era molta scelta: di facoltativa c’era solo la trivalente (morbillo parotite rosolia). Malattie che da piccoli avevamo fatto, senza particolari disagi né danni (anzi, per me si è trattato di graditissime assenze scolastiche…), ma che, ci rendevamo conto, potevano avere effetti collaterali non proprio leggeri. E così abbiamo fatto vaccinare la nostra pargoletta. Quello che non mi è piaciuto, però, è stato il foglio che ci hanno fatto leggere e firmare subito prima: una specie di consenso informato in cui praticamente ci assumevamo tutte le responsabilità e gli oneri per eventuali effetti collaterali, peraltro agghiaccianti (come ben sa un affezionato lettore di bugiardini). Ma come: tu stato mi consigli di far fare un vaccino a mia figlia e se poi ne riporta danni, tu te ne lavi le mani? Del resto, la tendenza all’irresponsabilità è andata sempre più diffondendosi, in campo medico (con, appunto, il consenso informato) come in tutti gli altri settori della vita pubblica (cose che avvengono ad insaputa degli interessati: affitti pagati, orologi donati… o anche navi che affondano e capitani che, prima di essere condannati, vengono invitati a tenere un lezione sulla gestione del panico in prestigiose università. O anche dirigenti che mandano a rotoli società di interesse nazionale e ricevono buonuscite principesche… ci siamo capiti).

Insomma, da una parte “laggente” che nulla sa e nulla è meglio che sappia, il popolo-bue che deve soltanto obbedire e tirare la carretta – salvo poi concedergli il “privilegio” di dissertare su tutto e tutti, ma solo al bar –  e dall’altra una serie di personaggi che dovrebbero essere esperti e fare il bene comune, ma che spesso non sembrano sapere qual è, questo bene comune.

Io credo che, proprio perché la faccenda dei vaccini è una cosa molto seria – e se Gino Strada dice che sono importanti ci si può credere: è medico e vive a contatto con persone che i vaccini manco sanno cosa sono… e quanto bene potrebbero ricavarne – non si possa né si debba ricorrere a costrizioni e nemmeno pretendere un’adesione fideistica a questa campagna (del resto, con che autorevolezza lo fa una ministra come la Lorenzin? con che competenze? e non è che ce l’ho con lei e basta…)

La fiducia è una cosa seria e non puoi imporre agli altri di crederti, soprattutto quando poi pretendi di rendere obbligo nazionale una cosa che, invece, è stata lasciata in mano alle regioni, ragion per cui in alcune si paga ed in altre no. Allora spiegatemi: la salute è un diritto per tutti, o lo è solo in parte, o non lo è per niente? Perché in alcune regioni si paga il vaccino ma magari si possono seguire cure non tradizionali per il cancro, perché in alcune regioni i cittadini possono curarsi con la cannabis, e soprattutto perché i cittadini non devono poter disporre della loro morte – o se proprio insistono, sono obbligati ad andarsene in Svizzera?

Ridicolo. Siamo un paese di quaqquaraqquà ed ominicchi. Se non ci muoviamo a rialzare la testa, ci metteranno un giogo totale.

Meditate gente… vaccinate i vostri figli, ma pretendete che lo stato se ne prenda la responsabilità. Insieme a voi.

PS: perché ho scelto come immagine le zollette di zucchero? Semplice: perché sono abbastanza vecchia per aver assunto l’antipolio così… e poi, sinceramente, non sopporto gli aghi…

 

Di tutto un po’, cari salmoni.

Ho sospeso per qualche tempo le mie “profonde riflessioni” a causa, sì, di parecchi impegni personali, ma anche e forse soprattutto perché mi sembra inutile questo mio fantasticare: una specie di delirio di onnipotenza inconcludente. O, a voler essere gentili, un progetto, un sogno che non potrà mai tradursi in realtà. E chi sono io, poi, per pensare di riuscire a cambiare il mondo? Dico che non voglio fare il guru e poi pretendo di fare addirittura il messia? Ma non ci penso proprio.

Però un paio di riflessioni…

Partiamo da Renzi. Che dopo mesi dal terremoto, avvenuto con lui presidente del consiglio, decide di mandare le sue magliette gialle ad ascoltare le paure e le esigenze di persone che hanno perso tutto. Perché lui non lo sa, quali sono le paure e le necessità di chi deve ricominciare da zero? Intanto è a Milano, dove si svolge una marcia contro i muri, ma non ci va: ha già altri impegni, e poi potrebbe incontrare Bersani o D’Alema… mi è anche passata la voglia di commentare tanta piccolezza, non fosse che proprio questa meschinità fatta sistema mi induce ad un pessimismo…direi quasi cosmico. E mi perdoni Leopardi, ma non riesco più nemmeno a credere che la ragione ci possa salvare, eliminando i mali che derivano dalle storture della società.

Che c’entrano i salmoni allora? I salmoni siamo noi, che ci vorremmo ribellare a tutte queste brutture, ingiustizie, soperchierie, e che ci troviamo davanti, quando non proprio individui dotati di ogni tipo di arma, consentita o meno, a muri di gomma, ignavia, fatalismo… come potremmo vincere? Come possiamo continuare ad andare in direzione ostinata e contraria – grazie Fabrizio – e pensare di riuscire a smuovere le coscienze senza restare ineluttabilmente vittime del fiume o degli orsi o della nostra pochezza?

Già, perché a parte la palude – politica e sociale – che ci circonda, è sconfortante anche l’innegabile verità che ognuno ha il suo prezzo.

Quest’ultima folgorazione (mica tanto, è solo una conferma) mi è venuta guardando Maltese – Il romanzo del commissario: senza arrivare ad avere segreti inconfessabili, pare evidente che, se non sei corruttibile dal vil denaro o dal potere, se non hai scheletri nell’armadio, se nemmeno ti si possono ascrivere peccati veniali… avrai pur sempre un punto debole. I figli, o la mamma, il cane o la collezione di libri antichi: ognuno ha le sue passioni, basta trovare la leva giusta. E se non la trovi, esiste sempre il modo per silenziare il disturbatore. Come succede a Licata della fiction, o a Fava e tanti altri nella realtà.

Quindi? Che ci sto a fare qui, se non a proporre sogni insognabili? Ma a cercare di renderli meno impossibili… prima di arrendermi definitivamente.

Forse, e dico forse, per non farsi ricattare basterebbe essere specchiati e sinceri. Dire, prima che venga scoperto da qualche “solerte giornalista”, che abbiamo copiato un compito in classe, che non abbiamo pagato l’IVA all’idraulico, che per anni abbiamo eluso il canone RAI… tutte questi comportamenti di certo non irreprensibili, ma che strillati a caratteri cubitali sui media assurgono a fatti di importanza capitale (un po’ come succede con la discussione sull’obbligatorietà dei vaccini: tifo da stadio, e se per caso ti azzardi a dire che non discuti la validità del vaccino ma la costrizione ed il fatto che, poi, con la scusa del consenso informato oltre al danno ti ritrovi pure la beffa, allora ti saltano addosso tutti. Ancora più imbufaliti perché non si capisce da che parte stai. Ma è così difficile? Dalla parte dell’informazione corretta e della responsabilità collettiva… ovvio).

E poi certo, se non troveranno nulla da rivelare con il massimo clamore, non ci vuole molto ad inventarlo. Perché la memoria selettiva in Italia è molto diffusa: per esempio, gli appassionati sanno che dal 25 maggio si svolgerà a Roma l’84° CSIO – Master fratelli D’Inzeo – dove i D’Inzeo sono ricordati per i loro trascorsi olimpici (equitazione). Nulla da eccepire. Però quanti sanno che il carabiniere Raimondo D’Inzeo guidò l’ultima carica di cavalleria contro un corteo antifascista (Roma, 6 luglio 1960, governo Tambroni)?

 

Perché è inutile parlare di sinistra unita, ora.

Se postassi (e lo farò) un titolo siffatto su Facebook, sarei sicura di attirarmi strali ed ostracismo, grida e putiferio. Perché Facebook è un posto ad alto scorrimento: la maggior parte dei contatti legge il titolo e commenta – non importa poi cosa c’è effettivamente scritto nell’articolo: si lapida alla velocità della luce e poi si passa alla notizia successiva.

Invece nei blog… be’, qui il tempo è diverso ed i lettori-commentatori anche.

Quello che vi voglio proporre oggi è un post di Luca, l’amico che gestisce il blog I pensieri di Protagora (che vi invito a visitare) e che qualche tempo fa scriveva (riporto integralmente, da un certo punto in avanti, con il suo benestare):

La notte di cui non vediamo la fine
Il problema non è tanto che continuano a nascere nuovi partiti, ma che rischiano di essere indistinguibili l’uno dall’altro. Di notte tutti i gatti sono bigi, recita un antico proverbio. E’ vero, dobbiamo renderci conto che è notte, è notte da molto tempo e lo sarà ancora per molto tempo; prima lo capiamo, meglio è.
Le risposte che vengono date in questi giorni all’annoso problema di cosa sia la sinistra, forse non sono sbagliate in sé – anche se in alcuni casi, come in quello di D’Alema e di Bersani, penso lo siano – ma soprattutto vengono date senza ascoltare le domande. Diventando vecchio, sono sempre meno paziente, e mi arrabbio quando vedo che si continua a perdere tempo. Il dibattito sulle alleanze è sterile, perché se unisci anche molti zero virgola non arrivi alla maggioranza e vince la destra. Io, come potete immaginare, anche per la mia storia personale, ho una grande considerazione per la politica, credo sia fondamentale nella vita delle persone, ma, a questo punto, al punto in cui siamo arrivati, credo che sia insufficiente a spiegare quello che la sinistra deve essere. E soprattutto sia insufficiente per tornare a essere una prospettiva credibile, capace di parlare alle persone che dovrebbe rappresentare e che, di conseguenza, dovrebbero votarla. Il problema non è che ci sono molti partiti, ma che ci sono pochi elettori.

In questi ultimi trent’anni abbiamo perso perfino il lessico comune della sinistra socialista, perché uno dopo l’altro abbiamo mandato al macero gli strumenti su cui quelle idee camminavano. Proviamo a uscire nel mondo vero, fuori dai social, fuori dai nostri giri consueti – perché troppo spesso ci parliamo addosso – e cerchiamo di capire cos’è la sinistra per quelle persone che dovrebbero essere di sinistra, perché sono povere, perché sono sfruttate dai loro padroni, perché il capitalismo le ha messe in ginocchio.
Ad esempio per queste persone la cooperazione cos’è? E’ un modo come un altro di fare impresa. Cosa rende davvero diverso fare la spesa alla Coop o all’Esselunga? Temo nulla, se non le offerte, la qualità dei prodotti o i premi delle carte fedeltà. E troppo spesso anche per chi ci lavora c’è poca differenza tra un’impresa cooperativa e una “normale”. Per molti la cooperazione è un modo di fare impresa senza pagare le tasse. Lo so che non è così, lo so che tante piccole cooperative svolgono un lavoro prezioso e hanno ideali antichi, ma per molte persone la cooperazione è questo – e tante volte purtroppo è questo – e se non ci mettiamo in relazione con queste persone – che sono la maggioranza – allora saremo sconfitti, perché continueranno a votare per Trump o per l’uomo forte del momento.
Per queste persone il sindacato cos’è? Non spiegatelo a me, che conosco il lavoro difficile di tanti sindacalisti che si impegnano con fatica sul territorio, ma a chi vede le organizzazioni sindacali come strutture distanti, incapaci di tutelarli. Ed è così, è anche così; i sindacati oggi sono un pezzo di quelle classi dirigenti che hanno portato la società in rovina, non sono antagonisti, ma in molti casi complici. Il problema non è solo il susseguirsi di episodi di malaffare, che pure pesano, di singoli esponenti del sindacato, ma l’incapacità di leggere la crisi di questi anni, di cui tutta la sinistra, sindacato compreso, è responsabile. All’inizio di questo millennio in tanti abbiamo applaudito convintamente alla cosiddetta “terza via”, invece quello è stato un errore politico fatale, che troppi ancora non riconoscono. Per tante persone un partito cos’è? Lo strumento che alcuni usano per fare carriera e per diventare ricchi. Il luogo dove si parla, si parla, si parla, ma alla fine non si ottiene alcun risultato. Per chi vuole far crescere l’antipolitica una giornata come quella di domenica, con lo spettacolo indecoroso offerto dall’assemblea del pd, è un giorno da segnare in rosso sul calendario, un giorno di festa. Per vent’anni ci hanno spiegato che la politica è qualcosa che fa schifo e la profezia ormai si è avverata.
E non è che possiamo dire a tutti questi cittadini che sbagliano, perché non capiscono che valore abbiano le cooperative, i sindacati, i partiti. Non è che possiamo continuare a raccontare una storia a cui loro non riescono più a credere. Alle persone che hanno paura, che sono sfiduciate, che sono pronte a gettarsi in qualunque avventura, non possiamo più dare delle lezioni. Penso al tema dell’immigrazione: molte persone hanno paura dell’arrivo di poveri da altre parti del mondo. Noi non possiamo rispondere che stanno sbagliando, e continuare a proporre le solite soluzioni, perché i loro argomenti possono anche essere falsi, i dati su cui si basano sono sicuramente falsi – non c’è un’invasione – ma la loro paura è vera e con quella paura dobbiamo confrontarci. Se non lo facciamo vincono quelli che dicono che bisogna gettare a mare quei poveracci che arrivano da lontano. Perché le persone che hanno paura comincino a credere che un mondo diverso è possibile bisogna che tutti insieme ci facciamo carico delle paure, delle insicurezza, che costruiamo reti per aiutare le persone.

La sinistra che aiuta le persone 
Secondo me a questo punto dobbiamo ricominciare da capo, consapevoli degli errori che abbiamo commesso. Occorre fare un passo indietro, molto indietro. Nella seconda metà dell’Ottocento il movimento socialista agli albori, prima di essere un partito, è stato una rete di aiuto concreto alle persone.
Mi viene sempre in mente il film I compagni di Mario Monicelli, in cui si racconta la storia delle lotte di una fabbrica tessile di Torino alla fine di quel secolo. Il socialismo prima di ogni altra cosa era rappresentato dalle collette che i lavoratori organizzavano ogni volta che uno di loro si ammalava o finiva in carcere o moriva e quindi lasciava la propria famiglia in enorme difficoltà. Quelle persone non avevano sempre le idee chiare, non erano sempre socialisti – basta vedere come trattavano il loro collega venuto dal sud, su cui esercitavano un razzismo che farebbe impallidire i leghisti di oggi, o come consideravano le donne – ma capivano che dovevano aiutarsi gli uni con gli altri e organizzavano questa forma di solidarietà, anche come forma di resistenza a un potere che li opprimeva. Il socialismo nasce prima di tutto come questo sistema di aiuto e solo in un secondo tempo è diventato un movimento politico. Senza quella concretezza iniziale sarebbe stato impossibile organizzarsi per fare altre battaglie. Quegli uomini e quelle donne capirono in quel modo, attraverso quella rete di solidarietà, che quello era il modo di affrancarsi, di lottare, di coltivare una speranza. E di creare una comunità.
Credo che siamo tornati a quei tempi lì, e infatti, come allora, di fronte a questa crisi si fa strada una risposta di destra: allora fu il fascismo, oggi è la propaganda che chiamiamo populista, quella di personaggi come Trump, ma gli obiettivi sono sempre quelli: preservare i privilegi dei ricchi e gli squilibri tra le classi, facendo finta di combatterli. Oggi per tante persone le cure mediche sono un lusso, la perdita del lavoro può gettare un’intera famiglia nella povertà, un lavoratore è disposto a rinunciare a diritti anche elementari pur di poter continuare a lavorare, un povero vede in un altro povero un nemico, qualcuno che gli toglie quel poco di cui crede di avere diritto. Per questo credo occorra ripartire da forme, anche elementari, di mutualismo, abbiamo bisogno di ricostruire quelle reti di protezione sociale che le famiglie non riescono più a organizzare e che lo stato – anche quando la sinistra era al governo – ha volutamente fatto fallire. Questa adesso è la priorità.
Alle persone che non capiscono quale sia la differenza tra destra e sinistra non possiamo dire che la soluzione è far nascere un nuovo partito o un partito nuovo. Se ci limitiamo a questo ci volteranno le spalle; credo anche giustamente, perché non possiamo riproporre sempre le stesse cose. Dobbiamo prima di tutto farci carico degli errori che abbiamo commesso. E questa ostinazione è uno dei più gravi.
Tra quelli che sono impegnati in questi mesi a ripensare la sinistra vedo che vanno particolarmente di moda metafore del tipo “occorre costruire ponti”. Per costruire qualcosa ci vuole un progetto, e, anche se lo abbiamo, siamo sicuri che quel ponte così ben costruito serva a qualcosa? Rischiamo di avere un bel ponte, ma non le due rive da collegare. Io credo invece che occorra gettare dei semi, anche sapendo che da molti di questi non nascerà nulla, perché la terra è arida, perché le condizioni atmosferiche sono avverse, perché c’è qualcuno pronto a sradicare le piantine appena si fanno largo tra le zolle. Eppure chi avrebbe detto che dalle lotte di quegli operai a metà dell’Ottocento sarebbe sorto un movimento come quello socialista, capace di caratterizzare una parte significativa della storia del secolo successivo? Certo noi abbiamo avuto la forza di distruggerlo dall’interno – e ne paghiamo le conseguenze – ma credo possa rinascere, ripartendo da associazioni, da gruppi spontanei, da forme di aiuto sociale, da strumenti di mutualità solidale, in sostanza dal provare a resistere a questo mondo così violento.
E dobbiamo contemporaneamente fare comunità, anche creando momenti di aggregazione. Siamo sempre più soli, anche se questo strumento in cui scriviamo e leggiamo, ci illude del contrario, e abbiamo bisogno di comunità. Il partito, quando funzionava, era anche questo, andare in sezione era un modo per vedere altre persone, organizzare le feste era un’occasione per lavorare con altri, la casa del popolo era un punto di aggregazione politica perché era anche e soprattutto un momento di aggregazione sportiva, sociale, culturale, di divertimento. Sono convinto che gruppi di acquisto solidale, movimenti per il diritto alla casa, reti di volontariato, associazioni che organizzano ambulatori nelle periferie, artisti che portano i loro lavori tra le persone, servano di più a costruire una cultura di sinistra che i nostri documenti che nessuno leggerà, per quanto ben scritti.
Penso che la politica politicante – passatemi il brutto termine – debba fare un passo indietro e si debba assumere il compito soltanto di evitare che la terra si inaridisca del tutto e che le piante possano in qualche modo resistere, poi dovranno crescere per conto loro e cresceranno.
E noi non dobbiamo avere la pretesa di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, ne abbiamo perso il diritto, mi pare. E non dobbiamo metterci per forza un’etichetta politica o avere l’ansia di avere un simbolo da presentare alle elezioni. E forse, prima o poi, questa notte finirà.” il testo integrale è qui
Quando l’ho letto sono rimasta basita, perché è quello che penso anche io, quello che ho proposto ad alcuni segretari sinistrorsi sentendomi sempre rispondere che c’erano altre priorità, che non era strategico, che non c’erano fondi… allora, io credo che dovrebbe essere chiaro, a noi di sinistra che davvero ancora ci ostiniamo a voler cambiare il mondo, che anche se si mettessero ad un tavolo tutti i segretari dei millemila partiti più o meno comunisti, nulla di convincente ne potrebbe uscire. Nè per un elettorato sempre più stanco e sfiduciato, né per noi “militonti”. Perché come fai ad andare a proporti come alternativa se non ti sei mai speso per, chessò, i lavoratori di SKY Roma (vedi i tre protagonisti delle primarie PD) o per evitare i tagli alla sanità, all’istruzione e quant’altro? E non raccontatemi che, fuori dal Parlamento, non girano soldi. Una volta i soldi c’erano e però… toccava al sindacato? In buona parte sì, ma i sindacalisti almeno in teoria non vengono eletti alle politiche (che poi facciano gli interessi dei lavoratori, questo è un altro argomento altamente discutibile, mi pare. Certo, non tutti. Come sempre, come ovunque).
In ogni caso quello che voglio dire è che io – ma non credo di essere l’unica – non vedo su quali basi dovrei oggi dare la mia fiducia, il mio voto, a personaggi tipo Bersani, D’Alema, Orlando o Pisapia, Vendola, Emiliano e via discorrendo. Perché? Dov’erano loro, mentre destra e “sinistra” facevano a pezzi lo stato sociale (più i governi amici, bisogna riconoscerlo) e massacravano i diritti?
Vale per tutti, temo. E come sempre non si parla di singoli impegni personali, che ci sono e sono tanti e validi. Ma non c’è una sinistra solidale e concreta che possa dire “io c’ero, io ho fatto”. E la notte è ancora fonda, care sentinelle…
Io credo che la sinistra che ora non c’è possa e debba ripartire dalla concreta solidarietà – e nel frattempo, ci vuole il partito dei salmoni: quelli in direzione ostinata e contraria, che magari non sono proprio di sinistra ma che sono stanchi di questo egoismo dilagante, di questa meschinità fatta sistema, di questi miseri interessi settoriali (mettiamocelo in testa: o ci salviamo tutti, o stiamo parlando di privilegi!), di questa terra di nessuno in cui vige la legge del più forte. Che normalmente è quello che ha più soldi.

Di politica (interna), informazione e verità (faziosa)

Sono abituata ad andare controcorrente, tanto che sto pensando, se mai riuscirò a proseguire nel progetto di costruire un partito che ci risollevi dalla melma, di utilizzare come simbolo il salmone (che oltretutto è ricco di Omega3).

Palesata questa verità indiscutibile, vi dirò che personalmente ritengo ci siano argomenti molto più importanti del risultato delle primarie del PD, tipo magari la vicenda SKY (di cui nemmeno nel dibattito comune, proprio su SKY, alcun candidato ha fatto menzione, giova ricordare) – ma di esempi ce ne sarebbero parecchi, temo.

Però, visto che purtroppo questa vicenda avrà ripercussioni sulla vita di tutti (anche se non sarà certo una svolta epocale, anzi: sarà una continuità in peggio di quanto avviene ora, a mio avviso), mi esprimo.

Buona parte della “stampa che conta” dedica la prima pagina alla vittoria di Renzi, con toni più o meno entusiastici (ma tra quelli che non ne parlano – e non perché non sono usciti oggi, intendiamoci – alcuni sono sportivi, quindi fuori discussione in partenza): di questi, forse il titolo più onesto è quello della Gazzetta del Mezzogiorno: “Primarie, Renzi si riprende il PD”. Già, perché il PD (come Forza Italia in precedenza) non è un partito tradizionale in cui il dibattito interno dà poi luogo all’elaborazione della linea: il PD è un partito in cui il segretario decide e gli altri si adeguano ed eseguono. Anche se Renzi dice che “è storia nuova”. Sarà. Ma fin qui nulla di nuovo, mi pare.

Posto che invece io “non detto la linea”, innanzitutto credo sia importante ricordare “chi” poteva votare: non solo gli iscritti al partito (troppo limitativo) ma «tutti coloro che dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del Partito e di sostenerlo alle elezioni e che accettino di essere registrati nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori» (e capirai che smacco… che ti registrino lì o nelle liste del PDL, secondo voi c’è differenza?) , insomma alla fin fine “…tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto 16 anni e gli stranieri residenti in Italia, appartenenti alla Ue o in possesso di permesso di soggiorno…”: maglie abbastanza larghe, no? Appunto.

E come se non bastasse, ecco che per enfatizzare la “vittoria” i titoli urlano certi elementi e ne sottaciono altri: Renzi segretario, titola il Corriere e poi, molto più in piccolo: “Quasi 2 milioni ai seggi: 800 mila in meno” e, a seguire e confortare: “sopra le previsioni, il doppio della soglia stabilita dall’ex premier” che dunque ha stravinto. Ah sì?

A me non pare: se facciamo un po’ di conti della serva infatti…

A sorpresa (!!!) Renzi ha stravinto con il 70% di voti, più o meno.
Ma scusate un attimo (domanda per dotati di cervello funzionante): se alle primarie sono andati a votare “quasi 2 milioni di persone” e nemmeno tutti elettori PD, se il PD è un partito che alle ultime politiche ha preso 8 milioni e mezzo di voti circa… che razza di plebiscito è, essere stato “acclamato” (unto?) da meno di un milione e mezzo di elettori – e manco tutti suoi? Faccio sommessamente notare che un milione e mezzo è meno di un quarto di 8 milioni e mezzo… cioè, se avessero votato solo gli elettori PD, meno di uno su 4 lo avrebbe scelto.
Sarà una vittoria?

PS: scusate l’immagine ittica, per quanto pertinente con la mia posizione. Ma proprio di mettere l’immagine del “nuovo” segretario del PD non mi riesce…

Perché ancora abbiamo bisogno di Resistenza

Ho scelto apposta l’immagine della firma della Costituzione italiana, perché forse non tutti sanno che De Nicola, De Gasperi e Terracini apposero il loro suggello alla nostra Carta. E non erano certo dello stesso partito. Questo per ribadire quanto cerco di dire da tempo: abbiamo bisogno di unità di intenti e di Uomini (non ominicchi, tantomeno quaqquaraqquà) in grado di riportarci fuori dal baratro.
Ma come la Resistenza fu un fatto transpartitico – gli unici esclusi, ma per evidente incompatibilità, furono i fascisti, cui oggi aggiungerei tutti i discriminatori – così oggi non ritengo si possa parlare di sinistra unita, non nell’immediato almeno, perché per uscire da questo (passatemi il francesismo) letamaio – di cui è responsabile, lo ammetta o meno, anche tanta sinistra – un partito unico di sinistra non basta. Non basta innanzitutto perché la maggior parte di capi e capetti, che pure si dice d’accordo, non è disposta a cedere un micromillimetro della propria sfera di influenza. Che peraltro oscilla tra lo 0,1% e valori ancora inferiori.

Continuo a ripeterlo: se le persone di buona volontà non si uniscono e decidono, loro in prima persona, di dare l’esempio e voltare pagina, che vinca Renzi o Emiliano o Orlando (a proposito: avete visto il dibattito su SKY? io sì… e non sapevo proprio con chi prendermela maggiormente. Nessuno mi ha convinto, ma del resto neppure mi aspettavo qualcosa di diverso), che vinca Berlusconi o Salvini o chiunque altro, poco cambierà: sarà solo un – ennesimo – governo della finanza. Un governo di guerre tra poveri, di proclami vuoti ed inconcludenti, di… fumo negli occhi. E prima che mi accusiate di essere pentastellata: non ho citato alcuno di loro perché non so chi candideranno. Non certo perché li ritenga una soluzione.

Non so voi: io non ho intenzione di andare a votare il meno peggio – anche perché devo ancora capire chi sarebbe, tra tutti. E non vorrei disertare le urne, non questa che potrebbe anche essere l’ultima volta.

… ma il programma no!

Dicevo, all’inizio di questo blog, che penso sia necessario fare un partito. Il “mio” partito, quello che io potrei votare senza dovermi turare il naso – come da troppi anni ormai faccio. Facciamo, a ben vedere, e con risultati davvero deludenti.

Continuo a pensarlo, però… non chiedetemi un programma.

Per tanti motivi che ora provo ad illustrarvi – ma son talmente tanti che sicuramente me ne sfuggirà qualcuno…

Innanzitutto io sono fondamentalmente, tenacemente anarchica… quindi lungi da me il governo ed i suoi corollari. Secondo me se tutti vivessimo secondo il noto motto “fai agli altri quello che, in analoghe circostanze, vorresti fosse fatto a te”, non ci sarebbe neppure bisogno di governi. Ma ovviamente non siamo tutti uguali, anche da questo punto di vista… peccato.

Poi a me fare il guru proprio non interessa. Non ho capito perché dovrei dire io cosa si farà e cosa no. Ma siete pecore? No, dunque semmai il programma lo facciamo insieme.

E nemmeno crediate di cavarvela così, che a promettere siamo bravissimi tutti (be’, anche qui, chi più chi meno) ma poi tocca mantenere… e su questo punto ho maturato delle convinzioni piuttosto strampalate. Almeno per la maggior parte dei miei pazienti ascoltatori. Io penso che uno può anche partire in perfetta buona fede ed asserire che, primo punto del programma, sequestrerà tutti i conti bancari superiori a… mah, diciamo 50 milioni di euro? Diciamolo, tanto è una pura ipotesi. Però poi, ammesso che venga eletto, non credo che tutti coloro che posseggono tali cifre si mettano in fila per autodenunciarsi… oppure poniamo che il primo punto sia la messa in sicurezza del territorio con conseguente estromissione immediata di tutte le ditte di “provenienza sospetta”. Ottimo proposito. Ma non pensate che, senza nemmeno aspettare di vedere il risultato elettorale, parecchie carte spariscano? Oppure, in caso di “dimenticanza” o sottovalutazione della portata di tale proposito, non vi viene il dubbio che qualcuno nelle amministrazioni locali metterebbe i bastoni tra le ruote a cotanto ardire e mandasse a monte i buoni propositi?

Quello che voglio dire io è che non esistono categorie buone e categorie cattive. Non esistono cattivi politici e buoni giudici, cattivi giornalisti e buoni avvocati, né è vero il contrario. Ci sono avvocati ed azzeccagarbugli, giornalisti e pennivendoli, politici ed intrallazzoni… quindi l’unica cosa che si può fare a questo punto, secondo me, è un partito che raccolga la parte onesta del nostro paese. Personalmente resterò di sinistra ed i paletti irrinunciabili li ho già messi, ma non vedo altra scelta se non quella di fare ciò che i nostri Padri e Nonni fecero per liberarsi dai nazisti. Ci si unisce, si combatte e si vince… e poi ognuno torna a pensare come crede, ma per il momento si lotta insieme per liberarsi di tutti questi parassiti egoisti e cinici – e questo è un altro buon motivo per non azzardare un programma di governo: perché il “mio” partito non deve durare all’infinito… anzi, spero che duri proprio poco.

Ovviamente tutto questo potrà decollare solo se tutti ci si impegnano in prima persona… non è pensabile che il mondo si risollevi se aspettiamo che lo facciano gli altri.

E lo so: sono un’inguaribile sognatrice. Ma voi, avete qualcosa di meglio e di più realistico da proporre, intanto che i sinistri si dividono in mille rivoli ed ognuno cerca di tirare acqua al suo mulino?

Di bufale, Boldrini e libertà.

Pochi giorni fa postavo una mia riflessione critica sul DDL antibufale: puntuale e prevedibile, arriva una reazione (non al mio post, capiamoci: non ero certo sola, anzi: ho ripreso l’iniziativa da altri bloggers preoccupati come me).

Il 14 aprile Laura Boldrini pubblicava sulla sua pagina FB queste parole:

“Lo voglio dire a ridosso delle feste di Pasqua, proprio nel momento in cui molti si riuniscono in famiglia e con le persone care.

La mia unica sorella, morta anni fa per malattia, non si è mai occupata di migranti. Restaurava e dipingeva affreschi. Peraltro, non si chiamava nemmeno Luciana, ma Lucia.

Lo voglio dire a tutti quelli che hanno condiviso sulle loro bacheche e sui loro profili queste e altre menzogne su di lei.

E soprattutto a chi ha creato queste false notizie, personaggi senza scrupoli, sciacalli che non si fermano nemmeno davanti ai morti.

Qui alcuni esempi: https://www.davidpuente.it/…/bufala-la-sorella-della-boldr…/  ” (anche se in realtà il post citato ha lo scopo di smontare la notizia falsa e fuorviante e non di divulgarla)

Nulla da eccepire sullo sdegno della Boldrini, ha tutta la mia comprensione e solidarietà. Solo che poi, su facebook, qualcuno tra i miei contatti (tra cui l’amica Doriana Goracci, che scrive su Agoravox e che seguo da tempo) ne approfitta per rilanciare l’appello Basta Bufale ed invitare a firmarlo.

Non so voi: io prima di firmare leggo… ed avrei potuto condividerlo tranquillamente, se non fossi arrivata al punto 4: “SOCIAL NETWORK: In quest’ottica un ruolo cruciale lo possono svolgere i social network, che dovrebbero assumersi le loro responsabilità di media company e indirizzare le loro politiche verso una maggiore trasparenza. Per contrastare fake news e discorsi d’odio In quest’ottica un ruolo cruciale lo possono svolgere i social network, che dovrebbero assumersi le loro responsabilità di media company e indirizzare le loro politiche verso una maggiore trasparenza. Per contrastare fake news e discorsi d’odio è essenziale incrementare la collaborazione con le istituzioni e le testate giornalistiche, così come un maggiore investimento in risorse umane e tecnologie adeguate a fronteggiare il problema. , così come un maggiore investimento in risorse umane e tecnologie adeguate a fronteggiare il problema.”

Ma come: “…è essenziale incrementare la collaborazione con le istituzioni e le testate giornalistiche….”? Siamo sicuri? No, perché a me pare di ricordare che certa stampa non abbia mai brillato per correttezza: potrei citare il “Bastardi islamici” di Belpietro (Libero) dopo gli attentati a Parigi (ma Libero forse non è considerato testata giornalistica), oppure la falsa notizia di una ragazza ROM che cerca di rapire una bimba a Napoli per arrivare a La Stampa che si deve scusare pubblicamente per un titolo sbagliato (e almeno loro l’hanno riconosciuto!). La Stampa e Repubblica saranno testate giornalistiche? E allora di cosa stiamo parlando? Dovremmo fidarci di loro per non divulgare notizie false? Andiamo bene…

Quanto poi alle istituzioni, bisognerebbe capire a chi si riferisce la signora Boldrini: spesso i giornalisti si affidano alle veline delle questure o a notizie diffuse dai vari ministeri. Vogliamo parlare di Piazza Fontana e dello scempio mediatico scatenato contro Pinelli e gli anarchici? Che non c’entravano nulla e qualcuno lo sapeva da prima ancora che scoppiasse la bomba? Non ho intenzione di fare elenchi, ci metterei troppo… credo che comunque il senso si sia capito.

Allora secondo me il punto è diverso: non è un discorso di censura, ma di responsabilità ed etica – personale e pubblica. E nessuno può garantire che un giornalista di testata sia più obiettivo di un blogger sconosciuto, e neppure che un personaggio istituzionale non faccia valere la sua verità di comodo che i tribunali e la coscienza di pochi riusciranno a dimostrare falsa solo dopo anni di lotte, processi e richieste di giustizia. Quando riescono.

IO NON FIRMO.

PS: la Costituzione, che sancisce la libertà di espressione, stabilisce anche che non si può diffamare etc.: come sempre, basterebbe applicarla…